Per la cura del corpo era indicato un medico ebreo

Verso la fine del quindicesimo secolo, a Roma, il segno distintivo per le donne ebree si riduce a due semplici nastrini azzurri da tenere attaccati al velo. Ma c’è una categoria che non è stata quasi mai costretta a portare un segno distintivo, ed è quella dei medici. Leggo Sam Waagenaar in Il ghetto sul Tevere:

I capi della Chiesa non potevano fare a meno dei medici ebrei, che a quanto pare, erano migliori degli altri. La loro frequente dimestichezza con l’arabo era un grosso vantaggio per lo studio di importanti opere di medicina, che essi traducevano in latino. In epoca più tarda, molti ne arrivarono dalla Spagna fuggendo l’Inquisizione. Per i papi era una semplice questione di logica: volevano il meglio che si poteva trovare, e poiché della loro anima già si occupava Cristo, per la cura del corpo era indicato un medico ebreo.

Papa Innocenzo VII, Cosimo de’ Migliorati

Tomba di Innocenzo VII, nel corridoio delle tombe dei papi, sotto la Basilica di san Pietro in Vaticano.

Elia di Sabato riceve da papa Innocenzo VII venti ducati d’oro all’anno e il permesso sia di portare armi che di muoversi liberamente senza alcun contrassegno di appartenenza a una razza inferiore.

Nel 1406, Elia di Sabato, che da tempo esercitava a Roma nell’ambiente aristocratico, ricevette una strana lettera da Innocenzo VII, in cui il papa gli esprimeva simpatia, lo onorava, ma non poteva fare a meno di notare che non tutto in Elia era di suo completo gradimento. “L’incredulità degli ebrei va condannata,” scriveva il papa, “e la loro ostinata opposizione alla nostra Fede è da schiacciare. Tuttavia, in una certa misura, il loro mantenimento a corte è utile e necessario ai cristiani. Perciò, siccome voi non curate soltanto i nostri sudditi romani ma anche visitatori stranieri, considerando la vostra presenza necessaria alla salute dei romani e degli altri, vi nominiamo cittadino romano”.

Un onore grandissimo. Trovo altre informazioni su questo personaggio nell’Enciclopedia Treccani:

http://www.treccani.it/enciclopedia/elia-beer_(Dizionario-Biografico)/

Samuele Zarfati entra in Vaticano come medico di Alessandro VI Borgia e viene riconfermato da Giulio II.

Come dipendente personale del papa, gli era concesso di curare anche i cristiani, e sia lui che la sua famiglia potevano abitare dove volevano, professare liberamente la loro religione ed erano esentati dall’ obbligo di portare nastri azzurri, cappe rosse o altri contrassegni razziali.

Alcuni discendenti di Zarfati, tuttavia, non solo si convertono ma diventano anche violentemente antisemiti. Degli altri medici ebrei, ricordo ancora Giacobbe Mantino che, dopo aver lasciato la Spagna a causa delle persecuzioni dell’Inquisizione, riceve da papa Paolo III la cattedra di medicina all’università di Roma. Paolo III favorisce gli ebrei e assegna loro posti d’onore ma, dopo Mantino, a Roma avvengono cambiamenti che, fino al 1870,  impediscono ai medici ebrei di curare altri che non siano i loro correligionari.

Tiziano, ritratto di papa Paolo III, conservato nel Museo Nazionale di Capodimonte

…nel complesso furono secoli felici. Malgrado lo stato d’oppressione, e le occasionali percosse, le impiccagioni e i roghi, gli ebrei di Roma tiravano avanti con animo relativamente contento.

Conservo in questo spazio anche l’intervento di Maria Silvera “La figura del medico rabbino” al convegno internazionale che si è tenuto a Roma il 22-23 settembre 2008 su iniziativa del CeRSE (Centro Romano di Studi sull’ Ebraimo) dell’Università di Tor Vergata e dell’AME Italia (Associazione Medica Ebraica).

http://www.hakeillah.com/4_08_23.htm

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Sam Waagenaar, Il ghetto sul Tevere

Informazioni su Velia Loresi

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