Ciò che non piace a te

 Ogni volta che inizio la lettura di un nuovo libro, mi sembra, sin dalle prime pagine, che sarà quello il libro più bello, il più entusiasmante, quello che mi darà maggiori informazioni ed emozione, più di tutti quelli che ho letto prima. Così accade anche questa volta con Il ghetto sul Tevere di Sam Waagenar. L’autore ripercorre, con fine ironia, la storia del popolo ebraico, dalla fine delle guerre giudaiche sino agli anni Sessanta, al tempo del Concilio ecumenico Vaticano II.

Sarebbe impossibile, anche se lo volessi, riportare nel mio spazio tutto il libro. Tralasciando il gustosissimo aneddoto iniziale sul colloquio tra il papa e Giuseppe il Gobbo o Giuseppe Testabuca con gli ebrei da una parte e i cardinali schierati dall’ altra, mi limiterò a conservare alcuni momenti particolarmente significativi riducendo al minimo ogni mio intervento.

Augusto giunse persino a far suo un detto di Hillel, uno dei più grandi maestri della Giudea, e lo fece incidere sulle mura del suo palazzo e di molti altri edifici di Roma: “Ciò che non piace a te, tu non lo farai al tuo vicino”. Pare che in tempi di disordini egli facesse gridare dai banditori la saggezza di Hillel per le strade di Roma. 

Hillel (Babilonia, 60 a.C. circa – Gerusalemme, 7) detto anche Hillel il Vecchio, è stato un rabbino, primo dei tannaim, i Maestri della Mishnah. Visse a Gerusalemme al tempo di Erode il Grande.

“In un famoso passo talmudico Hillèl risponde a un non ebreo che voleva imparare la Torà nello spazio di tempo in cui riusciva a stare in equilibrio su un piede solo, “non fare agli altri ciò che hai in odio…” (da Moked)

Se il suo interessamento per la religione dei sudditi ebrei fu notevole, ne aveva però ben scarsa conoscenza. Scrivendo a Tiberio, suo futuro successore, diede chiara prova della sua ignoranza dicendo che quel giorno, ch’era un sabato, era stato inattivo come un ebreo: non aveva lavorato né mangiato. “Sono certo”, scrisse, “che nessun ebreo ha oggi onorato il sabato più rigorosamente di me, mio caro Tiberio. Ho atteso fino a un’ora dopo il tramonto, prima di mettere in bocca il primo boccone”.

Perfino per Augusto, dunque, che pure conosceva tanto bene Erode, la religione dei giudei e i suoi aspetti politici erano cose nebulose. E se con la riconciliazione forzata fra Erode e i suoi figli egli sperò di porre fine una volta per sempre alle discordie che affliggevano la casa mista degli idumei e asmonei, ebbe una grave delusione. I dissidi che avvelenavano la famiglia, con le numerose mogli madri di innumerevoli figli che miravano contemporaneamente al trono, erano molteplici, complicati e sempre più intensi.

Quando Erode morì mancavano quattro anni all’ inizio dell’era cristiana.

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Sam Waagenaar, Il ghetto sul Tevere

Informazioni su Velia Loresi

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