La promessa di felicità

Del bellissimo libro “La ceramica sul mare” di Antonio Forcellino desidero conservare altri due brani. Nel primo si descrive il campo di internamento di Ferramonti in Calabria, dove Max e Flora Melamerson furono rinchiusi, a parte un intervallo di pochi mesi, dal 17 ottobre 1940  sino 1945, come attesta  un documento della Prefettura di Cosenza. Campo di internamento di Ferramonti di Tarsia

Nella palude di Tarsia in Calabria, a pochi chilometri da Cosenza, era stato appaltato all’imprenditore romano Eugenio Parrini, molto vicino al partito fascista, un lavoro di bonifica dell’area, lavoro sospeso per la distrazione dei fondi andati invece a favore della guerra d’ Etiopia. Il furbissimo Parrini, grazie all’amicizia con Galeazzo Ciano e alla conoscenza diretta dello stesso Mussolini, convinse, all’inizio di giugno del 1940, la direzione generale della P.S. ad utilizzare il cantiere in disuso come campo d’internamento per gli ebrei e trasformò in pochi giorni le baracche per gli operai in alloggiamenti per gli ebrei che raggiunsero, due anni dopo, il numero considerevole di 1604 più 412 internati non ebrei.

Disposti su un’area di 160000mq., 92 capannoni ospitavano gruppi differenti di prigionieri. Vi erano capannoni di 335 mq. con due camerate da 30 posti e capannoni da 268 mq. che accoglievano otto nuclei familiari di cinque persone o dodici nuclei da tre. Non sappiamo dove fossero alloggiati Max e Flora.

Una recinzione di filo spinato circondava il campo e impediva agli internati il contatto con l’esterno. La malaria endemica, il freddo intenso dell’inverno e il caldo soffocante dell’estate rendevano le condizioni di vita molto difficili soprattutto a chi come Max e  Flora era  abituato agli agi di una vita borghese.

Nel secondo brano si descrive un pannello in ceramica con i personaggi di Joshua e Caleb che si trova nel cortile della ceramica Pinto. 

È di questi anni (durante il secondo soggiorno di Flora e del nipote Raffaele a Vietri, dal 1948 al 1954) infine, la ripresa di un pannello ceramico inventato negli anni Trenta che può senza enfasi ritenersi il testamento in immagine di Flora, piantato sui muri nel cuore di Vietri, un pannello di due metri per uno che rappresenta due uomini in costume biblico che portano sulle spalle un enorme grappolo di uva. Per molti, anche per me, il pannello che è murato nel cortile della ceramica Pinto è solo una variazione delle rappresentazioni giocose di caccia e di pesca miracolosa che si dipanano sui muri di Vietri. Tuttavia, quella scena racchiude significati antichissimi ben conosciuti dagli ebrei.  La scena illustra la scoperta della terra promessa da parte di Joshua e Caleb, le due guide inviate da Mosè in esplorazione nella futura terra di Israele. Per mostrare al profeta la ricchezza della futura patria, le guide riportano indietro questo grappolo gigantesco, salutati con gioia dal popolo in attesa. È la promessa di felicità che per millenni è stata fatta agli ebrei e un simbolo che i sionisti scelsero per rappresentare, finalmente, la conquista di quel paradiso.

Magari si avverasse quella promessa di felicità una volta per sempre!

Antonio Forcellino, nipote di Maria, la giovane che diede alla luce Agnello (padre di Antonio) nello stesso periodo in cui  i Melamerson giunsero a Vietri, è architetto, scrittore e  restauratore. Si occupa soprattutto di  arte rinascimentale e ha lavorato al restauro di opere quali il  Mosè di Michelangelo, l’ Arco di Traiano di Benevento e le facciate del Duomo di Siena e del Duomo di Orvieto. Ha scritto La Pietà perduta. Storia di un capolavoro ritrovato di Michelangelo

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Informazioni su Velia Loresi

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