Ceramica innovativa

Nell’ autunno del 1926 accade un fatto straordinario: un mondo evoluto e crudele come quello della Berlino nel secondo decennio del Novecento si collega ad un villaggio di pescatori per secoli rimasto uguale a se stesso. Avviene quando Max e Flora  Melamerson assieme ai figlio Ernst di dieci anni, (l’altro figlio, Ralph, quindici anni, è rimasto a Berlino per completare gli studi) si recano a Vietri agitando subito le acque chete della magnifica baia all’inizio della Costiera Amalfitana.

L’ aspetto di Vietri sul Mare appare, in questo periodo, immutato da secoli sia a causa del difficile accesso alla sua costa, sia per la configurazione aspra delle montagne di calcare alle sue spalle. Queste, assai ricche di acqua, sono perennemente trasformate a causa dei ruscelli che ne scavano i fianchi mentre i dirupi sono resi accessibili solo attraverso sentieri a gradini costruiti dai contadini nel corso dei secoli. La cenere depositata dalle eruzioni del Vesuvio ha reso fertile il terreno.

Lo sviluppo di una civiltà marinara, a partire dall’Alto Medioevo, arricchisce i villaggi della costa di opere d’arte e architettura che la rendono un unicum paesaggistico nel territorio italiano, perfetta fusione di un paesaggio naturale straordinario e di un’altrettanta eccezionale stratificazione architettonica. Una tale combinazione non può non attirare, sin dal Settecento, i viaggiatori nordici che vi ritrovano il paradiso perduto, un pendant di quella inaudita bellezza che da Tiberio in poi aveva fatto già della vicina Capri la meta degli spiriti più sensibili.

Un paesaggio incantevole che, con le sue terrazze di limoni, ha stupito Boccaccio, Goethe e tanti altri. 

     Vietri

Oltre alla pesca, un’altra attività produttiva è la produzione di ceramica. Le prime faenzere, le vasche nelle quali veniva messa l’argilla per essere depurata, nacquero dalla trasformazione degli antichi triclini dove i romani durante i loro banchetti facevano confluire l’acqua purissima delle sorgenti.

Antonio Forcellino, autore del libro La ceramica sugli scogli, parla della produzione della ceramica, dal momento in cui i bastimenti portavano i panetti di creta secca sino alla preparazione dello smalto e alla raccolta della legna per alimentare il forno nel laboratorio del ceramista. Alla sabbia ricca di silice veniva aggiunto del piombo fuso che rendeva la superficie delle ceramiche del tutto impermeabile all’aggressione delle sostanze acide contenute negli alimenti. Si poteva in questo modo far seccare sui piatti, che avevano una smaltatura resistente, i pomodori al fine di ottenerne l’estratto. 

                         Ceramica di Vietri 

Apprezzabile la vivacità cromatica benché i colori utilizzati fossero sostanzialmente cinque: manganese, verde ramina, blu, giallo e arancio, più raramente il nero, e quasi mai mescolati.

I tre principali rami di produzione della ceramica vietrese seguivano formalmente e stilisticamente strade differenti: i pavimenti riproducevano motivi geometrici e floreali mentre la ceramica devozionale seguiva la tradizione religiosa e lo stile delle accademie di disegno. La qualità più alta sul piano estetico si trovava nei piatti decorati con semplici motivi, fiori blu, pesci, polipi e velieri.

Come sempre accade nelle manifatture rimaste immutate per secoli, a dispetto della ripetitività dei motivi iconografici, in questi semplici accostamenti decorativi anche gli artigiani vietresi avevano affinato una qualità e un gusto espressivo a dir poco strabiliante. La sicurezza del disegno libero, la purezza del colore e l’incisività della forma mescolavano il talento manuale ad un gusto affinato di generazione in generazione, passato di padre in figlio in quella comunità nella quale, da secoli, in ogni famiglia, i maschi dovevano scegliere fra tre mestieri: il pescatore, il ceramista o il marinaio.

Quando nel 1926 la coppia di ebrei Max e Flora, avendo lasciato Berlino, giunge a Marina di Vietri, a pochi metri dalla loro abitazione la giovane Maria dà alla luce il suo primo figlio e lo chiama Agnello. Sarà il padre di Antonio Forcellino, autore del libro La ceramica sugli scogli.

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Da una recensione di Susanna Nirenstein su La Repubblica:

Antonio Forcellino racconta l’epopea di Max e Flora Melamerson che portarono a Vietri la cultura delle avanguardie del Novecento Illudendosi di potersi salvare dall’antisemitismo

 Il partito nazista avanzava.

Oltre trecentomila dei settecentomila ebrei tedeschi se ne andarono ai quattro angoli del globo. In Italia ne arrivarono cinquemila. Tra i primissimi — era il 1926 ma l’aria berlinese era già offuscata dalla propaganda antisemita — Max e Flora Melamerson, da poco sposati. Obiettivo, la costiera amalfitana, Vietri: in quel paradiso terrestre lontano dai rumori di ogni attualità avrebbero ridato spazio e vita agli ideali rivoluzionari di bellezza e creatività che avevano coltivato nella loro Berlino dell’espressionismo e del Bauhaus. E così fecero. La ceramica innovativa che presto inondò i migliori salotti internazionali nacque dalla loro passione. I due personaggi che Antonio Forcellino — architetto, storico dell’arte e grande esperto del Rinascimento, restauratore di alcuni dei più preziosi tesori del patrimonio italiano, come il Mosè di Michelangelo — da buon vietrese ha rintracciato negli archivi e nelle testimonianze e ha raccontato ne La ceramica sugli scogli sono straordinari, commoventi, tragici. La loro avventura inizia ad Amburgo. Max, nato nel 1881 da una famiglia religiosa in uno shtetl lituano, andato in Svizzera a studiare giurisprudenza, nel 1906 si trasferisce nella seconda città tedesca e conosce Flora Haag, dove Haag in quel momento e fino al nazismo vorrà dire grandi magazzini Wagner, ricca borghesia ebraica assimilata, patriottica. Flora, la più libertaria della famiglia, frequenta le avanguardie artistiche e studia disegno. Max e Flora si sposano nel 1910. Nel 1911 si trasferiscono a Berlino, ed è nella capitale al vertice della sua modernità che Melamerson si impegnerà insieme a Max Reinhardt nella costruzione di un teatro rivoluzionario per forme architettoniche e progetto drammaturgico, il Grosses Schauspielhaus. Flora segue un corso di ceramica. Conducono una vita frenetica, bruciante.

Ma i tempi cambiano.

L’antisemitismo avvelena tutto. Max fallisce…

Susanna Nirenstein su La Repubblica, 19 novembre 2017

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Antonio Forcellino, La ceramica sugli scogli. La storia cancellata di Max e Flora Melamerson  

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4 risposte a Ceramica innovativa

  1. Velia Loresi ha detto:

    Mi correggo: era Flora Haag ad avere una famiglia numerosa, sette fratelli e cinque sorelle. Il figlio maggiore di Flora, Ralph, avrebbe concluso gli studi superiori, non l’università, l’anno successivo al trasferimento dei genitori e li avrebbe poi raggiunti nel 1928.

  2. Velia Loresi ha detto:

    Cara Barbara, sono andata a rileggere il post Faenzere, ho controllato l’età dei figli di Flora, uno di 10, l’altro, quello che rimane in Germania, di 15 anni. Che Flora e Max erano sposati da poco è scritto nella recensione della Nirenstein e, devo dire la verità, non me ne ero accorta. Sono distratta ma proprio per questo a volte sono, come dicono gli alunni di un professore troppo preciso, “pignola” nel controllare. E pensare che sono stata Vietri, ho parlato con un’anziana signora che, seduta accanto a me sulla panchina di fronte al golfo, ha detto di chiamarsi Olimpia e di aver lavorato sin da bambina nella produzione delle piastrelle. Non avevo ancora letto “La ceramica sugli scogli” ma sicuramente avrà conosciuto quei “forestieri” venuti da lontano. Cose che accadono.

  3. Velia Loresi ha detto:

    Barbara, grazie per la segnalazione. Sicuramente ho sbagliato qualcosa, una data o non so che, in questo momento mi manca la calma necessaria anche solo per riprendere il libro in mano (faccio dei turni per assistere una nostra cugina anziana, giuro che non lo dico come giustificazione ma mi toglie quel poco tempo che ho, oltre al fatto che sono lenta di mio). Quanto al figlio che rimane in Germania, ricordo che Max aveva numerosi fratelli e sorelle e questi si saranno presi cura di lui. Del resto non so, appena possibile vado a controllare ed eventualmente correggo. Grazie comunque, le tue osservazioni mi fanno sempre piacere.

  4. blogdibarbara ha detto:

    Molto interessante, però ci sono un po’ di conti che non tornano: se si sono sposati nel 1910, sicuramente nel 1926 non erano “da poco sposati”. Poi c’è questo figlio lasciato a Berlino “per completare gli studi”: potrebbe avere un senso se si fosse trattato di uno studente universitario, ma quello poteva avere al massimo 15 anni: un ragazzino di quell’età lasciato solo? In un clima di crescente antisemitismo?

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