Erano momenti dolcissimi, tristi e presaghi

In uno straordinario capitolo di Per violino solo di Aldo Zargani ho scelto di rileggere in particolare  questo brano, la dolcissima scena delle famiglie israelitiche di Torino riunite nella Sinagoga in un giorno di festa: in un libro bellissimo, un’immagine da non dimenticare, commovente, con le bambine che fanno di corsa le scale per essere anche loro benedette sotto le ali bianche dei talleth del loro papà.   

                                            Tempio Grande, Torino

Al Tempio, anche dopo l’alfabetizzazione forzata della “Colonna e Finzi”, era quasi impossibile, non dico capire il senso delle preghiere, nemmeno ci provavamo, ma neppure seguirle sul libro della Tefillah, incomprensibile labirinto che salta da una pagina all’valtra avanti e indietro a seconda delle feste del calendario e di altre questioni lunari. Era però piacevole l’incontro con gli altri bambini, con i parenti, ed era allegro scrutare in alto le mamme, le zie e le cugine appollaiate sui matronei. Appollaiate è il termine esatto, non tanto femminista ma esatto, se si tien conto di tutte le penne sui cappellini con la veletta, sporte a guardare a scatti la vasta, bianca e indistinta platea, giudaica per i talleth, chiusa dalle mura d’oro.

Per le descrizioni del clima mistico e perseguitato, rinvio il lettore alle numerose pagine letterarie disponibili sul mercato librario. Erano momenti dolcissimi, tristi e presaghi, quelli in cui, sotto le ali dei talleth, i nonni benedicevano i padri e i padri benedicevano i bambini, comprese le bambine mandate di corsa giù per le scale. Le penne dei matronei si agitavano per individuare, nel biancore alato degli scialli, il gruppo familiare di rispettiva competenza, considerato che gli orfani venivano benedetti praticamente a casaccio da zii e nonni credenti o semicredenti. La miscredenza totale è pratica impegnativa per gli ebrei nei tempi normali, ma dal ’38 era divenuta rara, molto rara.

Talleth, manto bianco con bande azzurre e quattro fiocchi agli angoli, che gli ebrei maschi indossano per pregare.

Così avveniva che i miei cugini Pucci e Attilio, orfani del padre, corressero qualche volta dal mio per ricevere la benedizione che scende attraverso le generazioni del popolo eletto, la berachah, ramificata e con manti di preghiera, potente, universale e non molto utile: come la benedizione urbi et orbi di piazza San Pietro.

Anche questo libro mi ha permesso di fare un passo avanti consentendomi di conoscere l’esperienza di Aldo Zargani che, come ho potuto constatare, era già da tanto tempo, conosciuto e apprezzato. 

Aldo Zargani

Intervista di Antonio Gnoli ad Aldo Zargani, 3 luglio 2017, su Repubblica.it

“Penso di non poter smettere di essere un ebreo”. Lo scrittore: “Sebbene sia difficile dire che cosa sia un ebreo. Non è una parola, è una condizione che richiama un senso di alterità e di vuoto”

http://www.repubblica.it/cultura/2017/07/03/news/aldo_zargani_penso_di_non_poter_smettere_di_essere_un_ebreo_-169814037/?refresh_ce

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Aldo Zargani, Per violino solo. La mia infanzia nell’Aldiqua. 1938-1945

Informazioni su Velia Loresi

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