La famiglia e la speranza

Con la guerra in corso, l’apparato necessario di terrore, violenza e forza brutale, non poteva essere impegnato nel procedimento della Shoà. Le unità dovevano essere schierate al fronte. Perciò vennero utilizzate altre due forze, forse ancora più potenti e spietate. Erano ben indirizzate e molto efficaci.

Occorreva qualcos’altro ai nazisti per compiere efficacemente la loro opera nei campi di sterminio, e la prima forza, il primo collaboratore silenzioso divenne la famiglia. L’idea era di far uscire le famiglie unite dalle loro case o dal ghetto dove erano state rinchiuse per farle salire sui carri bestiame. Nei trasporti, i nuclei familiari viaggiavano uniti e l’arrivo era sulla rampa di Auschwitz. La selezione delle persone che sarebbero state usate come schiavi avveniva, si può dire, alle porte delle camere a gas. Un’idea semplice e diabolica. Solo chi non ha nulla da perdere può decidere di ribellarsi e combattere.

Gli adulti più forti non avrebbero mai messo in atto alcuna forma di resistenza, non si sarebbero ribellati e non avrebbero combattuto se fossero stati accompagnati dai loro bambini piccoli e dai genitori anziani.

La famiglia Malach: Sara con il marito Icchak e il figlioletto Abraham, 9 anni. Tutti e tre morirono ad Auschwitz. (foto dal libro Non c’è una fine di Piotr Cywiński)

Venne messo in atto qualcosa di mostruoso: le persone che erano avviate alle camere a gas non avrebbero certo voluto mettere a rischio le vite dei figli e le donne aiutavano i bambini a spogliarsi, mettevano a posto le scarpe per poterle più facilmente ritrovare, cercavano di calmare i più piccoli che piangevano. Si accompagnavano i genitori anziani e gli ammalati.

Intere famiglie venivano assassinate insieme. Sì, perché quello era l’unico modo possibile per farlo.

Come sempre, il sentimento che mi accompagna rileggendo cose che, comunque, già conosco, è la rabbia al pensiero che, per tutto questo, quasi non ci sono state punizioni. Un altro potente alleato al servizio delle SS fu la speranza.

Alle persone che temono il peggio è sufficiente gettare un briciolo di speranza ogni tanto. Nelle situazioni di estremo pericolo la maggior parte delle persone perde la capacità di analizzare lucidamente la propria condizione.

Era sufficiente ai carcerieri offrire anche una minima speranza dicendo ai prigionieri che dovevano sbrigarsi perché li aspettava un thè caldo, fornivano saponette e asciugamani, li rassicuravano sul fatto che avrebbero potuto lavorare. Quando le porte della camera a gas venivano chiuse, era ormai troppo tardi.

La famiglia e la speranza. Due valori che consideriamo estremamente positivi sono stati degradati e utilizzati come semplici strumenti, complici degli assassini. Questo mostra chiaramente un fatto che spesso non vogliamo o non siamo in grado di accettare. Tali valori non sono buoni di per sé. Possono essere utilizzati per diversi scopi. Più grande è il valore, più grandi sono le conseguenze del suo utilizzo, specialmente se lo scopo è il male.

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 Piotr M. A. Cywiński, non c’è una fine. Trasmettere la memoria di Auschwitz

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