Soprattutto le persone

Visitare Auschwitz sta diventando sempre più un’esperienza da non perdere. I decenni dalla fine della guerra trascorrono, e un numero sempre crescente di persone sente l’intimo bisogno di vedere questo luogo. Auschwitz simboleggia ormai tutta la Shoah e l’intero sistema concentrazionario. È il simbolo per eccellenza di ogni totalitarismo. Un punto di riferimento essenziale nel mondo di oggi, sempre più globalizzato.

Cosa cerchiamo veramente fra i blocchi e le baracche, le torrette di guardia, il filo spinato, i crematori e le camere a gas?

Questa domanda si pone l’autore di Non c’è una fine, Piotr Cywiński, direttore del Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau dal 2006. Osservando i mucchi di capelli, di valigie e vestiti, non si può fare a meno di chiedersi come tutto sia potuto accadere.

Perché i governi di così tanti paesi sono stati d’accordo nel collaborare, inviando trasporti di ebrei, conoscendone fin troppo bene la destinazione?

“Come si è potuto lasciare che tutto questo accadesse?” si chiede l’autore del libro. È la stessa domanda che mi sono posta quando, spinta da un sentimento di incredulità e sgomento per le cose che andavo via via scoprendo riguardo alla persecuzione del popolo ebraico attraverso i secoli, ho iniziato questa raccolta di brani e riflessioni tratte dai libri della mia biblioteca.

…prima di fare la pericolosa domanda su dove fosse Dio, un’onestà elementare vorrebbe che ci chiedessimo: dov’ era l’uomo?

A 27 anni, Piotr Cywiński diviene segretario del Consiglio Internazionale di Auschwitz, uno dei 25 membri del Consiglio, e inizia a leggere ogni libro riguardante la Shoah e i campi di sterminio. 

Piotr Cyviński, nato a Varsavia nel 1972, ha studiato la storia del suo paese, la Polonia, in particolare si è occupato del periodo tra il X e L’XI secolo.

Quando viene indetta una gara per un nuovo logo per il Centro Internazionale per l’Educazione su Auschwitz e l’Olocausto, le proposte arrivano numerose nello studio di Cyviński. Tutte, artisticamente buone, utilizzano elementi associati ad Auschwitz, filo spinato, camini, uniformi a righe. Ma Cyviński non vuole oggetti.

Non mi davo pace, e sentivo che era qualcosa di molto elementare: tutti i loghi contenevano una distorsione mostruosa. Non riflettevano ciò che volevo vedere in loro, ed è stato allora che ho iniziato a chiedermi cosa volessi vedere ad Auschwitz.

Ecco, ad Auschwitz io voglio vedere soprattutto le persone. Sono loro la cosa più importante. Questo è ciò di cui Auschwitz parla. Voglio vedere i loro volti. Voglio anche che loro guardino me e tutta la mia civiltà. Voglio che i nostri sguardi si incontrino.

E finalmente il giovane segretario trova quello che sta cercando.

Zeilek (9 anni) e Zril (11 anni) Jacob, fotografati da una SS sulla rampa di Birkenau. Tra poco moriranno in una camera a gas. L’album e le foto originali si trovano nell’archivio dello Yad Vashem.

Cercavo uno sguardo, un contatto. Cercai dappertutto finché non lo trovai. Seppi immediatamente che era lui. Nell’Album Auschwitz, conosciuto anche come Album Lìlì Jacob, ci sono due ragazzini sulla rampa. Un attimo prima sono stati fatti scendere da un carro merci di legno.

 Entrambi sembrano rendersi conto che non si sta aspettando niente di buono. Entrambi hanno abiti eleganti, benché un po’ troppo caldi per l’estate del 1944.

Per Cyviński, lo sguardo di Zeilek è il simbolo di quel trasporto e di tutti gli altri trasporti. Egli tiene la foto nel suo studio e, quando, poco dopo, succedendo a Jerzy Wrόblewski, viene nominato direttore del Museo di Auschwitz, quella foto diventa il logo non solo del centro per l’Educazione ma anche del Memoriale e Museo.

Lavorando al Memoriale ci si prende cura dei reperti delle collezioni, dei documenti che invecchiano rapidamente nell’ archivio e delle rovine degli edifici. Ma lo scopo fondamentale è ricordare le persone.

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Piotr Cywiński, Non c’è una fine. Trasmettere la memoria di Auschwitz

Informazioni su Velia Loresi

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