Per via del cholent

NON PERCHÉ OGGI È IL GIORNO DELLA MEMORIA

ma perché, come più volte ho avuto occasione di dire, per me ogni giorno è un giorno della memoria.

È stato tutto per via del cholent. Perché una nota giornalista scrittrice traduttrice aveva scritto un libro di cucina ebraica. Delizioso. Esilarante. Ma praticamente inattuabile. Voglio dire, cosa diavolo significa che il pezzo di carne da un chilo e mezzo a fine cottura deve essere così morbido da potersi mangiare col cucchiaio? E le uova come si mettono? Crude? Cotte? Col guscio o senza? Così decido di chiamare la mia amica D. e di chiedere lumi a lei, ma lei mi dice no guarda, mi dispiace, noi siamo di tradizione sefardita e queste cose non sono nelle nostre abitudini (si è comunque offerta di telefonare alla nota giornalista scrittrice traduttrice, visto che la conosce personalmente, e di chiederle direttamente le spiegazioni che mi servivano. La nota giornalista scrittrice traduttrice ha risposto seccamente: “Io faccio la giornalista, non la cuoca! Tutto quello che avevo da dire sta nel libro” e ha sbattuto giù). Allora chiamo un ebreo famoso, di sicura tradizione askenazita, e lui dice che sì, certo che conosce il cholent, e gli piace anche tanto, ma non lo ha mai preparato e quindi non saprebbe proprio dirmi come si fa. Mi dà però il telefono della sua amica P., che è polacca e lo fa divinamente. Sento il nome e mi viene un brivido lungo la schiena, perché della signora P. ho già sentito parlare: è stata ad Auschwitz, mi è stato detto. E non ha mai parlato. Cinquant’anni e mai una parola, né col marito, né con i figli, né con gli amici, né con estranei. Mai. Si porta l’inferno dentro, e non riesce a sputarlo fuori.

Chiamo, e alla vocetta argentina che mi risponde chiedo tre volte conferma, come un’imbecille, che sia proprio la persona che cerco. Sì, è lei. Con voce da ragazzina. Spiego: ascolta. Chiedo: risponde. Cortesissima, dolce, esauriente. Finisce di dare le spiegazioni richieste, tace per un istante, poi improvvisamente dice: “Sa, io sono stata ad Auschwitz”. 
È stata ad Auschwitz. 
Ha detto che è stata ad Auschwitz. 
Ha detto A ME che è stata ad Auschwitz. 
Dopo cinquant’anni di silenzio improvvisamente, dopo aver parlato del cholent, se ne esce a dire di Auschwitz. 
Comincio a tremare, fatico quasi a tenere la cornetta all’orecchio. Parla, la signora P. Racconta. “Dodici ore di lavoro al giorno. Venti sotto zero. A piedi nudi nella neve”. La voce si incrina, si spezza, tace, deglutisce, riprende. Lo sforzo si avverte, tremendo: sembra una nave rompighiaccio in mezzo alla banchisa, ma continua. “Sono andata da Mengele, gli ho detto: tu adesso mi fai vedere mia sorella prima che muoia. L’ha tirata su con un bastone, piegata in due, come uno straccio, me l’ha buttata ai piedi. Ridendo. Aveva dodici anni. Non l’ho più vista. Io ne avevo quattordici”. “La marcia della morte, camminando in mezzo ai cadaveri …” “Altri tre campi…”
Mille volte la voce si spezza. Mille volte riprende. Per due ore. Un inferno intero riversato nel mio orecchio, dopo cinquant’anni di silenzio.
Non ho dormito quella notte. Neanche quella dopo e quella dopo ancora.
Il cholent l’ho fatto, poi. Al terzo boccone mi è venuto da pensare: “Chissà che voglia ne avevano, in campo”. Mi si è strozzata la gola e non sono riuscita a continuare. Non l’ho rifatto mai più.

Barbara Mella, 27 gennaio 2007

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Iranian Six-pointed star from early 13th century

 Exhibit in the Freer Gallery of Art, Washington, DC, USA.

Photographer: Daderot

dal sito: The Star of David

Informazioni su Velia Loresi

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