Survivre dans les interstices des empires

Quando Vespasiano diventa imperatore, lascia a suo figlio Tito il compito di terminare la guerra in Giudea. Il 9 Ab (29 agosto) dell’anno 70, nel giorno anniversario della distruzione del primo Tempio, anche il secondo Tempio viene distrutto e depredato dai soldati romani. Gli uomini validi vengono portati a Roma come schiavi e le ricchezze del Tempio, tra cui il candelabro a sette braccia e i rotoli della Legge, accompagnano Tito nel suo trionfo. La fortezza di Masada cade nell’aprile del 73. Quelques zélotes continuent le combat en Égypte et en Cyrénaïque. En vain. Les Juifs ne semblent plus avoir d’autre destin que se fondre irréversiblement dans les peuples au sein desquels ils sont dispersés. Leur rôle théologique, politique et économique paraît terminé. Un autre monothéisme va prendre le relais.

La Genesi storica come la Genesi della Bibbia, termina nell’esilio: l’Egitto è sostituito dall’ Impero romano. 

…les Juifs vont pourtant réussir l’impossible: survivre dans les interstices des empires, preserver l’essentiel de leur culture en l’adaptant dans cesse aux exigences de nouveaux lieux d’exil.           

E dunque, avendo perduto le ricchezze del Tempio, gli ebrei apprenderanno a vivere in esilio; trasmetteranno di generazione in generazione la loro eredità culturale.

Molto bella e da rileggere, la prima parte dell’articolo “Il vero miracolo di Hannukkah” del Prof. Ugo Volli   (12 dicembre 2017), che riporto qui:

Una delle caratteristiche della storia ebraica, su cui raramente si riflette è che il popolo ebraico è stato, dalla sua origine, almeno 3300 anni fa, in intimo e fruttuoso contatto con le più grandi culture del mondo. Non solo invaso da egiziani, assiri, babilonesi, persiani, greci di Carlo Magno, romani, non solo in esilio durante la fioritura culturale araba, il Rinascimento italiano, la modernità europea, le grandi culture russa, tedesca e americana. Ma inevitabilmente influenzato da tutte queste. L’alfabeto paleoebraico, il prima al mondo, estrae i suoi simboli dal geroglifico e poi si modifica adottando la scrittura “assurit”, cioè mesopotamica; molti miti e costumi sono comuni ai popoli antichi circostanti; l’aramaico in cui è stato scritto il Talmud è una lingua siriana, molte fra le costruzioni antiche che ci rimangono in Israele hanno un’architettura derivante dagli influssi romani, vi sono strati linguistici persiani e greci nei testi canonici e la Torah ha avuto diffusione nel mondo nella sua traduzione in greco fatta ad Alessandria d’Egitto probabilmente per una popolazione ebraica di lingua greca; Maimonide come altri grandi medievali ha scritto in arabo le sue opera fondamentali, ma lui in particolare fu influenzato dall’opera di Aristotele; la kabbalah presenta evidenti influssi gnostici, che in definitiva vengono dalla Persia…

Si potrebbe continuare a lungo. La differenza rispetto a tutti gli altri popoli è che quello che ha attraversato tutte queste traversie e influenze è rimasto ebraico, cioè ha saputo reagire alle influenze, filtrarle accettandone alcune e respingendone altre. I popoli non scompaiono quasi mai per genocidi, perché questi difficilmente sono completi, soprattutto nel mondo preindustriale. Essi spariscono se si lasciano assorbire, assimilare, soffocare come portatori di superstizioni e costumi locali barbarici e infinitamente inferiori alle culture locali.

La forza di Israele, sua capacità di sopravvivenza senza pari nella storia dell’umanità sta nell’ aver rifiutato questo meccanismo, ma non semplicemente chiudendosi nel passato e rifiutando ogni modernizzazione, come ha fatto l’Islam coi risultati che sappiamo. È la capacità di entrare in rapporto col mondo e di esercitare e subire influenza, senza farsene schiacciare…

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Jacques Attali, Les Juifs, le monde et l’argent. Histoire économique du peuple juif

Informazioni su Velia Loresi

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