Banchi ebraici

Per l’alto numero di banchi ebraici e la grande importanza che essi ebbero nell’ economia cittadina, Bologna ben rappresenta il ruolo fondamentale del prestito ebraico nelle relazioni fra città ed ebrei, almeno nel periodo tra XIV e XVI secolo, prima che il consolidarsi del Monte di Pietà, creato dai francescani in funzione antiebraica, e le trasformazioni dell’economia cittadina ne mettessero in crisi l’esistenza.

Un banco di prestito ebraico è raffigurato in una scena della predella d’altare opera di Paolo Uccello, conservata nel palazzo Ducale di Urbino. 

La tavola con il Miracolo dell’ostia profanata, dipinta da Paolo Uccello tra il 1467 e il 1468, costituisce la predella della grande pala d’altare raffigurante la Comunione degli Apostoli, eseguita dal fiammingo Giusto di Gand tra il 1473 e il 1474. Le due opere vengono realizzate per la Chiesa della Confraternita del Corpus Domini di Urbino.
La predella narra una vicenda avvenuta a Parigi verso il 1290 e si colloca nel clima antiebraico della metà del ‘400 che vede il nascere in Italia dei Monti di Pietà, istituzioni finanziarie senza scopo di lucro create da alcuni ordini di frati, per la gestione dei prestiti di modeste quantità di denaro, con l’obiettivo di sostituirsi ai banchieri ebrei. 
Il racconto si compone di sei scene divise da colonnine tortili. (da Wikipedia) Una donna, dopo aver rubato un’ostia consacrata, la vende a un usuraio ebreo. Sul camino si nota il simbolo antigiudaico dello scorpione.

L’ebreo e la sua famiglia, dopo aver messo a cuocere l’ostia, assistono suo sanguinamento; accorrono figure armate.

Processione per la riconsacrazione dell’ostia.

Viene impiccata la donna sacrilega.

L’ebreo e la sua famiglia vengono bruciati sul rogo.

Angeli e i demoni si contendono l’anima della donna

Nel 1555, la bolla Cum nimis absurdum di Paolo IV venne a determinare un radicale e improvviso rivolgimento dello status quo, costringendo nel ghetto anche gli ebrei di Bologna, in grandezza la seconda città dello Stato Pontificio dopo Roma. Già nel 1556 veniva emanato il decreto che stabiliva la località dove il ghetto doveva essere creato: una zona centrale della città che comprendeva le case della contrada dell’Inferno e di Belcarro. La contrada  dell’Inferno era una zona non marginale della città ma in cui la luce entrava a fatica tra viuzze e portici bassi.

Pochi anni dopo, nel 1569, la bolla di Pio V Hebreorum gens sancisce l’espulsione degli ebrei da Bologna e da tutte le città dello Stato Pontificio ad eccezione di Roma e Ancona. Vengono abbattuti mura e cancelli; successivamente gli ebrei torneranno a Bologna, ma fuori dal ghetto, ormai restituito ai proprietari cristiani.

In questo contesto, l’abbattimento dei suoi portoni non rappresentava, come sarebbe successo con quello di Venezia e di Roma, la fine di una reclusione ma piuttosto, per riprendere l’espressione felice di una storica, Maria Giuseppina Muzzarelli, “l’epilogo di una convivenza”.

Non si può assolutamente tralasciare il riferimento a papa Pio V nell’articolo  “La memoria che non si lascia cancellare” di Ugo Volli: vi traspare l’orgoglio di essere ebrei, e di essere sopravvissuti, di sopravvivere nonostante l’inimicizia di uomini onorati come Pio V, e non solo. 

Pio V fu fatto santo un secolo dopo la sua morte, “unico pontefice proclamato santo tra Celestino V (1313) e Pio X (1954)”. Qualcuno ha anche pensato bene di dedicare al suo nome molte vie fra cui quella sul retro dell’Università cattolica di Milano (e si capisce dev’ essere stata un’idea di quel fior di antisemita che fu Agostino Gemelli), una anche a Bologna e anche quella antistante la sinagoga di Torino (sarei curioso di sapere quando fu deciso quel nome e da chi, non sono riuscito a saperlo, ma per fortuna poi lo slargo antistante l’edificio è stato dedicato a Primo Levi). Insomma, a quattro secoli e mezzo dalla sua morte, è un uomo onorato.

 Ma se vi chiedete perché, nonostante la buona volontà degli ultimi decenni, gli ebrei sono diffidenti rispetto alle dichiarazioni di affetto della Chiesa, che ha memoria lunga, non dei singoli amici cattolici, la risposta potrebbe essere quell’ appellativo di Santo che precede il nome di Pio V. Che è solo una tappa, per quanto riguarda gli ebrei di un programma che dura da Paolo di Tarso Giovanni Crisostomo, da Agostino d’Ippona all’Inquisizione, da Pio V fino alla secolare campagna antisemita del giornale dei gesuiti Civiltà Cattolica, fino a ben dopo la Shoah e che si può riassumere in ciò che ha scritto, forse senza sapere quanto esattamente, il comune di Bologna: “cancellare la memoria”.

Per fortuna non ci è riuscito Pio come non ci è riuscito Hitler (o Maometto). Le tombe di Bologna sono spuntate fuori, ma soprattutto è rinato lo Stato di Israele, il luogo della vita e della memoria ebraica. Come usiamo dire in occasioni festive, “am Israel chai”, il popolo di Israele vive. Siamo ancora qui, non solo con le nostre tombe, ma con la nostra vita.

Museo ebraico di Bologna, via Valdonica

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Anna Foa, Andare per ghetti e giudecche

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