Ebrei siciliani

Le contrade Judeorum o  giudecche erano i quartieri aperti degli ebrei. Nel Medioevo si trovavano nell’Italia meridionale sino poco più a nord di Roma. Erano insediamenti liberi, non vi erano mura e gli ebrei, che non esercitavano ancora il prestito ed erano per lo più commercianti, potevano vivere accanto ai cristiani, di solito non lontano dalla sinagoga, dalla cattedrale o dalla piazza del mercato. Agli ebrei era proibito avere schiavi cristiani e questo contribuì ad allontanarli dai lavori della terra e ad accentuare la loro concentrazione nel centro delle città.

Le limitazioni, sempre crescenti, imposte dal diritto dell’impero romano-cristiano non riguardavano i luoghi di insediamento, e gli ebrei erano sempre cives romani.  

Tra maggioranza e minoranza esisteva…un equilibrio sostanziale rotto solo raramente da crisi e conflitti. Un equilibrio che durò almeno fino al XIII secolo, quando cominciò a logorarsi.

Nel XV secolo gli ebrei in Sicilia erano più di trentacinquemila, la maggior parte concentrati nelle città di Palermo, Siracusa, Messina, Catania, Agrigento e Trapani. Le giudecche avevano una forte autonomia sia amministrativa che giudiziaria e nessun lavoro, tranne quello di pubblico funzionario, era vietato agli ebrei.

 Nel 1989, nell’insediamento di Ortigia (l’isola che costituisce la parte più antica di Siracusa), durante i lavori di ristrutturazione di una palazzina, è stato rinvenuto un bagno rituale, in ebraico miqvé. Si tratta di uno spazio sotterraneo scavato nella roccia e che giunge, a 18 metri di profondità, all’acqua sorgiva, prescritta dalle norme ebraiche. Le colonne reggono la volta e vi sono ben cinque vasche. Probabilmente il bagno era stato occultato nel 1492 in seguito all’espulsione degli ebrei, che speravano di poter ritornare. 

 Bagno rituale di Ortigia a Siracusa. Oggi si trova all’ interno dell’ albergo Alla Giudecca in via Alagona 53, tra la Rua de li Bagni e la Rua della Moschita (Moschea). 

Nel gennaio del 1493, gli ebrei siciliani che non avevano scelto la conversione dovettero lasciare l’isola, attraversando lo stretto fino alla Calabria, per poi prendere le strade che portavano al Centro e al Nord,  o imbarcandosi verso le coste del Nordafrica o dell’impero ottomano.

Alla crisi delle giudecche contribuirono persecuzioni e pressione proselitistica. Nel 1541, gli ebrei vennero espulsi dal Sud dell’Italia.

Quando la spinta della Chiesa dà inizio nel Cinquecento all’età dei ghetti, le giudecche dell’Italia meridionale non esistono più.

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Mi ha molto emozionato l’articolo del Quotidiano del Sud “Dalla sinagoga di Serrastretta l’unico rabbino donna d’Italia. Le radici della Calabria? Il 40% dei calabresi ha origine ebraiche” e lo riporto interamente. 

Rabbino Barbara Aiello

  «Almeno il 40 per cento dell’odierna popolazione calabrese discende da ebrei costretti a scegliere il cristianesimo per forza o per necessità». La tradizione ebraica li chiama “anusim”, cioè forzati, costretti alla conversione al cattolicesimo. E in certe usanze, altrimenti inspiegabili, posso leggersi i segni delle radici ebraiche della Calabria: le candele accese i venerdì sera, la stella di Davide appesa al collo di molte anziane; i quartieri che in molti paesi si chiamano Giudecca (come a Nicastro e Reggio), certi riti del capodanno e usanze della Pasqua (come la frittata e la cuzzupa). E i cognomi. Lo hanno sempre sostenuto gli storici come Cesare Colafemmina, Cosimo Damiano Fonseca, Rocco Cotroneo, Vincenzo Villella che hanno trovato tracce di questo passato a Reggio, Cosenza, Crotone, Lamezia, Bova, Castrovillari, Rossano, Corigliano, Cassano, Montalto. Cirò, Taverne, Tropea. E oggi lo ricorda anche Barbara Aiello, prima e unica rabbina d’Italia che ha aperto una sinagoga nel cuore della regione: a Serrastretta.

Il padre era musicista, originario del piccolo centro a monte di Lamezia Terme. Ha vissuto la terribile esperienza dei campi di concentramento e durante la resistenza è stato uomo di collegamento tra l’esercito degli Alleati e i partigiani. Era un bnei anusim (“figlio di costretti”), come la moglie sposata in un matrimonio combinato, e ha potuto esprimere la sua religiosità solo dopo essere emigrato negli Stati Uniti: a Pittsburgh, in Pennsylvania; dove è nata Barbara. «Prima di morire, nel 1980 – racconta Barbara Aiello – mi ha detto “figlia, la mia speranza è che tu faccia qualcosa per gli ebrei in Italia”. Io gli ho risposto di sì, istintivamente, ma all’epoca non avevo la minima idea di come avrei fatto. Poi l’ho scoperto man mano». Ha studiato da rabbina e nel 1999 è stata ordinata. Ha operato cinque anni negli Stati Uniti e due a Milano. Poi, nel 2006, anche su iniziativa del marito hanno aperto la piccola sinagoga di Serrastretta: “Ner Tamid del Sud”, (Luce Eterna del Sud). E adesso – unica rabbina donna in Italia (11 in tutta Europa) – è punto di riferimento per una comunità religiosa di circa ottanta persone sparse tra Calabria e resto del Sud Italia.

Nella vecchia e bellissima casa padronale di Serrastretta, che in un’ala ospita la sinagoga, la rabbina Barbara rammenda la tela dei legami tra passato e presente e cerca, per chi ne fa domanda, le “jewish roots”, le radici ebraiche. Ha compilato un lungo elenco di cognomi che ritengono siano di origine ebraica. Ma anche molte inspiegabili tradizioni, come coprire gli specchi con un panno nei giorni di lutto. E poi tutti i cognomi di probabile derivazione ebraica: Mazza, Scalise, Gigliotti, Cittadini. Aiello, appunto. 

In effetti, «ogni anno tra maggio e settembre – ci racconta la stessa rabbina – qui ospitiamo circa 100, 150 persone, per lo più americani, australiani, canadesi». Vengono qui a celebrare il Bar mitzvah (Bat mitzvah per le ragazze), che è il momento in cui un bambino ebreo raggiunge l’età della maturità (13 anni e un giorno per i maschi, 12 anni e un giorno per le femmine) e diventa responsabile per se stesso nei confronti della Halakhah, la legge ebraica. Ma nella lista di attività della sinagoga, come fa sapere il sito http://rabbibarbara.com, ci sono anche matrimoni (normali, misti, interreligiosi e gay), conversioni, conferme, funerali e tour della Calabria ebraica. «Sono affascinati da questi luoghi – ci racconta – perché comprendono i sacrifici e le privazioni che gli ebrei hanno vissuto per cinque secoli di persecuzioni e clandestinità». «Ed impazziscono per la Brasilena», aggiunge con orgoglio per la bevanda nera più amata dai catanzaresi. Sono, insomma – a parte le castagne e i funghi nelle annate buone come quest’anno, la principale risorsa economica del paese.

Francesco Mollo su Il Quotidiano del Sud, 1 ottobre 2016

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Anna Foa, Andare per ghetti e giudecche

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