Così si esprimevano

Secondo Appelfeld in “Oltre la disperazione”, la testimonianza era, per i sopravvissuti della Shoà, soprattutto un bisogno di sollievo, il tentativo di liberarsi, disfarsi di un ingombrante fardello.

La guerra aveva fatto comprendere che anche la più spaventosa delle vite era sempre, comunque vita: nei ghetti e nei campi di raccolta le persone avevano continuato a vivere: cantavano, giocavano a carte, discutevano, si appigliavano a misere speranze, a cose banali.   

                                        Aharon Appelfeld

Dopo la guerra, quando la morte ripiegò le sue ali, il senso della vita perse improvvisamente forza e scopo. Sui sopravvissuti calò una malinconia che li coprì e avvolse come un coperchio di ferro.

C’era stato il desiderio di dimenticare, più forte di ogni altro sentimento. Ci si era preoccupati di nascondere i particolari. Non si poteva non raccontare, ma non si poteva ammettere che quello che era successo aveva cambiato le persone, che erano rimaste le stesse di prima, legate agli stessi concetti di civiltà. Sopravvenne l’oblio. Non si sapeva cosa fare della vita che era stata risparmiata, si tentava di colmare quel vuoto che si era creato. Si formarono allora delle compagnie che passavano da un campo di raccolta a un altro; ma l’espressione artistica, aveva bisogno di una forma umana nuova, aperta a nuove possibilità.

Bambini sopravvissuti ad Auschwitz

Ci voleva una relazione immediata, semplice e diretta con quei terribili eventi, sì da poterne parlare in termini artistici.

Per Appelfeld furono i bambini che, non avendo assimilato tutto l’orrore e non essendo in grado di fare un confronto con il passato riuscirono a distillare la loro sofferenza: bambini cantanti, acrobati, giocolieri, mimi; bambini che, nel campo di Theresienstadt disegnavano e scrivevano poesie. E mentre gli adulti fuggivano da se stessi, per i bambini cresciuti dentro la Shoà la vita di quegli anni era qualcosa che essi erano in grado di comprendere.

Non la sublimazione o l’apologetica, bensì il modo in cui una persona parla delle cose della vita, per quanto terribili siano -ma pur sempre di vita si tratta. Questo era il modo in cui parlavano i bambini. Così si esprimevano quando erano nei campi di concentramento, e in seguito nei campi liberati.

Lo sforzo divenne quello di ridimensionare le enormi proporzioni della Shoà affinché fossero rese a misura d’uomo.

Senza quello sforzo tutto resterebbe un remoto e inaudito incubo in qualche irraggiungibile punto del tempo, dove lo si potrebbe facilmente dimenticare.

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Aharon Appelfeld, Oltre la disperazione

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