Nascondigli nell’animo

Aharon Appelfeld ha iniziato a sviluppare le sue idee sulla Shoà già nel 1880, le tre lezioni contenute nel libro Beyond despair, Oltre la disperazione, nella loro stesura definitiva, si tennero alla Columbia University nel 1991.

 Per Appelfeld solo l’arte ha il potere di riscattare le sofferenze di quell’abisso terribile che è stato la Shoà.

Tuttavia il passaggio dalla memoria alle parole ha richiesto molto tempo, le immagini erano terribili e le parole fragili e chi era sopravvissuto aveva come un senso di vergogna a parlare.

Chi ha attraversato la Shoà ha timore della memoria, come fosse fuoco. Per molto tempo la mia generazione ha tenuto nascosta e repressa, quando non ha rimosso, la memoria di quegli anni. Dopo la Shoà era impossibile vivere senza mettere a tacere i ricordi.

 Nei campi non c’era stato spazio per l’individuo, che era stato annichilito, annientato e, dopo, parlare di sé era diventata quasi una cosa sconcia. I sentimenti più intimi e delicati non potevano essere esposti se non con grande difficoltà.

Dovettero passare molti anni prima che la gente trovasse il coraggio di estrarre quelle vite tormentate dai loro nascondigli nell’animo.

Aharon Appelfeld

Appelfeld aveva sentito il bisogno di “vestire di parole la memoria” ma ciò che ne era risultato erano urla soffocate, invocazioni a Dio. Egli considerava necessario restare fedele a ciò che era successo ma, messa per iscritto, la sua infanzia appariva un racconto non attendibile.   

In preda allo sconforto, aveva iniziato a raccontare la storia di una ragazzina ebrea che, vagando per i boschi, viveva le stesse vicende vissute dallo scrittore, questo era stato il mezzo che quasi miracolosamente gli aveva consentito di rimuovere quell’impossibilità a ricordare, trovando le parole giuste, le corrette proporzioni per esprimere quella memoria.

Gli autori che non avevano vissuto la Shoà ne parlavano utilizzando l’immaginazione, con risultati non sempre buoni. La memoria vincola a ciò che è successo, l’immaginazione può far deviare verso il bizzarro, l’eccezionale, lo speculativo.

È incredibile quanto sia facile mistificare la vita vera, una volta che è vestita di parole. Non può esserci letteratura senza memoria, e quest’ultima non significa soltanto evento e immagini e relativa sequenza, ma anche viva emozione. La memoria è senza dubbio l’essenza della creatività. Ma di tanto in tanto essa diventa una specie di intruglio in cui si mescolano cose fondamentali e altre irrilevanti, perciò ci vuole un elemento dinamico capace di agire e darle le ali: è questo che solitamente fa l’immaginazione.

Ma non basta. Il potere della fantasia creatrice sta nel dare un nuovo ordine ai fatti, non inventandoli ma rimettendoli nel giusto ordine. Non era necessario inventare nuovi fatti ma scegliere quelli capaci di arrivare al cuore dell’esperienza, Tedeschi, e anche polacchi avevano salvato degli ebrei nascondendoli. Certamente erano stati atti meravigliosi ma la Shoà è caratterizzata da altro, il senso di alienazione che circondava ogni ebreo.

E dunque, l’esperienza della Shoà è stata subordinata alla memoria e i sopravvissuti hanno riversato nei libri  un numero straordinario di ricordi. È giunto, per Appelfeld il momento di innestare quell’esperienza nel cerchio della vita.

Fino ad ora abbiamo indagato su quel che è stato. D’ora in poi dovremo prenderci la libertà di interrogarci su cosa è presumibilmente stato. In altre parole, dobbiamo traslare quella terribile esperienza dalla categoria della storia a quella dell’arte.

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Aharon Appelfeld, Oltre la disperazione

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