Da lassù si vede tutta Tripoli

Piazza Giudia,…

Ormai il ghetto povero era solo un ricordo dell’antico passato, abitare a Portico d’Ottavia costava un occhio della testa e passeggiare per quella che veniva chiamata dagli ebrei romani semplicemente “piazza” o “piazza Giudia” era un privilegio. I ristoranti che gremivano Portico d ‘Ottavia erano tutti kasher e cari arrabbiati. C’era anche una mini SPA molto fashion scavata in una grotta con bagno turco, sauna, massaggi con sapone all’olio d’oliva a partire da sessanta euro in su per un’ora e mezza, ma nel prezzo, precisavano le impiegate, erano incluse spugna e ciabattine.

Fontana di piazza Giudia

Rosamaria attraversò la piazza e si fermò alla pasticceria Boccione per comprare una crostata con le visciole.

…alla Tripoli degli anni sessanta, come la ricorda David nel suo diario.

La nostra terrazza è bellissima, è il luogo dei nostri giochi. Ci incontriamo lassù con tutti i ragazzini che vivono nel palazzo e sotto il controllo di alcune signore facciamo tutti i giochi possibili. Indiani e cowboy, guardie e ladri, costruzioni con tutto quello che troviamo, tende di beduini come spesso vediamo nelle nostyre escursioni in campagna. La terrazza è grande e da lassù si vede tutta Tripoli. Sotto quel cielo bianco e blu, si stende con le sue cupole e minareti. La biancheria ad asciugare al sole forma le mille bandiere di una città in festa. Il sole è così intenso da far apparire la pietra delle case abbagliante. Da lassù. Il rumore del traffico e il vociare della gente sono attutiti.

Fiera internazionale di Tripoli, 1939

Tripoli, Arco di Marco Aurelio

Avevo acquistato “Carciofi alla giudia” di Elisabetta Fiorito dopo aver letto, da qualche parte, che vi si potevano trovare informazioni riguardo alla cucina ebraica, usanze, tradizioni. Dalle prime pagine, il libro mi consente di avere uno spiraglio da cui sbirciare, quasi spiare come dal buco della serratura un mondo che è, in gran parte, piuttosto chiuso, la realtà ebraica che mi appare ancora abbastanza misteriosa, tutta da scoprire.

È un anno in cui Pesach e Pasqua coincidono perfettamente e le difficoltà che si presentano sono descritte con lieve ironia dall’autrice.

Iolanda (madre di David, ebreo, e suocera di Rosamaria, cattolica) non gli avrebbe fatto mancare nulla e lui sarebbe partito ben attrezzato, munito di frigoborsa piena di carne kasher e cibo kasher le Pesach, ovvero privo di lievito, mazzot incluse, il famoso pane azzimo ormai in voga tra i dietologi, e si sarebbe sentito come un martire ebreo durante la colazione pasqualina cattolica. Pesach e Pasqua erano festività agli antipodi, se gli ebrei si privavano di tutto, i cattolici esageravano nel procurarsi ogni ben di Dio.

Fontana di piazza Giudia (ora in piazza delle Cinque Scole), opera di Giacomo Della Porta. Incisione di Giuseppe Vasi

Piazza Giudia era il luogo dove fino al 1870 sorgeva uno dei cinque portoni di accesso al ghetto ebraico, nell’area che oggi è all’incrocio di piazza delle Cinque Scole, via del Portico d’Ottavia, piazza Costaguti e via Santa Maria del Pianto.

 All’interno del ghetto, per quasi mezzo secolo dopo la sua istituzione nel 1555, non vi fu alcuna fonte d’acqua. La fontana più vicina si trovava davanti alla chiesa di Santa Maria in Trastevere, sulla sponda opposta del Tevere, a circa 800 metri di distanza.
Quando papa Gregorio XIII ordinò di far arrivare l’acqua in questa piazza, la famiglia Mattei fece in modo che la fontana fosse costruita davanti alla propria residenza. Nel 1924 la fontana venne smontata nel corso dei lavori di trasformazione del quartiere e rimase per qualche decennio nei magazzini del comune; il catino fu temporaneamente collocato su una diversa fontana, sul colle Gianicolo. Nel luglio 1931 si riportò la fontana nella sua attuale collocazione, davanti a palazzo Cenci Bolognetti, a pochi metri dalla sua posizione originaria: di questa resta la memoria in travertino sulla pavimentazione.

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Elisabetta Fiorito, Carciofi alla giudia

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