Se gli ariani non l’avessero voluto

 Nel maggio del 1944, a Nagyvárad, vengono portati dal ghetto nella fabbrica di birra Dréher e torturati i capifamiglia ebrei affinché rivelino, dopo essere stati spogliati di tutti i loro beni, dove abbiano nascosto ori e oggetti preziosi. Éva Heyman, rinchiusa in una una casa di sette stanze assieme ad altre 83 persone, scrive nel suo diario:

Non riuscivo a dormire e sentivo tutto quello che gli adulti dicevano. Prima ho sentito solo Άgi e il signor Kecskeméti, perché all’ospedale loro vengono a sapere tutto. Entrambi hanno detto che alla Dréher non picchiano soltanto, ma usano anche la corrente elettrica. Άgi l’ha raccontato con voce di pianto e se non l’avessi sentito da lei avrei creduto che fosse uno spaventoso racconto dell’orrore. Άgi ha raccontato delle persone portate dalla Dréher all’ospedale con il sangue che sgorgava dalla bocca e dal naso, ad alcuni hanno fatto cadere anche i denti e avevano le piante dei piedi tanto gonfie da non potersi mettere in piedi.

Mio piccolo Diario, Άgi ha raccontato anche di quello che i gendarmi fanno alle donne, perché portano via anche loro, ma preferisco non scriverlo. Semplicemente non riesco a scriverlo… 

La fabbrica per la produzione della birra a Nagyvárad è stata fondata nel 1717. Nel 1922 diviene società per azioni nel 1922 col nome Dréher-Haggenmacher ed esporta birra in tutto il mondo. Nel 1943, la fabbrica pubblica un famoso calendarietto tascabile con gli orari dei treni da e per Budapest, la segnaletica stradale, il sistema monetario internazionale e altre utili informazioni. È rimasta nella memoria collettiva per la produzione nel 1972 degli ovetti sorpresa Kinder. All’inizio del 2000 si decide la demolizione della fabbrica e la costruzione al suo posto di un centro commerciale .

Éva sente anche il signor Lustig affermare che la Dréher non sarà l’ultimo atto.

Non pensate sul serio che ci terranno in questo posto tremendo che chiamano campo del ghetto fino alla fine della guerra, che poi ci faranno accomodare al di là della recinzione dicendo: signore e signori, buttino pure la stella gialla, possono tornare a casa e noi vi restituiamo tutto con le scuse per questo piccolo inconveniente.                                          Éva  Heyman (1931. 1944)

Alla città non importa nulla. Se gli ariani non l’avessero voluto avrebbero potuto impedire che ci portassero al ghetto, invece ne erano contenti. E ora non gliene importa proprio cosa ne sarà di noi!

Tutto quello che posso fare in questo piccolo spazio è far sentire, ancora una volta, le voci di queste persone, se mai ci fosse qualcuno che, non sapendo, non volendo sapere, un giorno, per caso, passasse da qui. Piccola Éva, devi continuare a vivere nel ricordo.

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Άgnes Zsolt, Io voglio vivere. Il diario di Éva Heyman

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