Non ho mai avuto tanta paura

Juszti è stata da noi anche oggi. Aveva gli occhi gonfi di pianto come se fosse ebrea anche lei, dice che la farà morire sapere che non può salvare me, la persona cui vuole più bene al mondo, da quello che mi succederà.

Da fine marzo tutti gli ebrei dovranno portare cucita sugli abiti una stella gialla; i loro telefoni sono stati disattivati. Éva andrà a stare per qualche giorno dalla sua amica Anni che è ariana. È felice quando incontra il ragazzo di cui è segretamente innamorata, Pista.

…lui non mi ha notata, quindi l’ho salutato io per prima. So che non si fa, una ragazza non deve salutare per prima un ragazzo, ma non ha importanza se una ragazzina con la stella gialla conosce o meno le buone maniere. “Ciao, Éva, scusami se non ti ho vista. La stella è più grande di te” ha detto, ma non rideva e aveva lo sguardo triste.

Éva non vuole assolutamente morire, soprattutto ora che Pista l’ha salutata.

Il momento più brutto è quando le viene sequestrata la bicicletta, la ragazza urla e piange ma non c’ è nulla da fare. “Non dobbiamo far vedere a quelle brutte bestie quanto soffriamo” le dice la madre. Άgnes e Béla Zsolt

Dalla casa di Éva, in via Gyöngyös, viene portato via tutto ciò che ha valore, la macchina da cucire, la radio, il telefono, la macchina da scrivere di zio Béla.  

Lo scrittore Béla Zsolt, patrigno di Éva, è l’autore del libro Le nove valigie. Le valigie sono quelle che Agnes e Béla portano con sé durante la fuga a Parigi. Quando la donna non resiste alla nostalgia di casa, l’unico treno dove possono essere sistemate tutte le nove valigie è proprio quello che li riporta in Ungheria.

Ma altre cose terribili accadono ogni giorno. Anche il padre di Éva, Béla Heyman, viene rinchiuso nella scuola elementare di via Körös.

Il 16 aprile, Éva scrive:

Papà è ancora rinchiuso, continuo a portargli il pranzo, e i detenuti aumentano di giorno in giorno. A volte devo aspettare delle ore prima di poter consegnare il cibo e non tutte le volte mi è permesso di parlare con lui.

Nella famiglia tutti sono consapevoli di ciò che accadrà ma è impossibile ogni tentativo di fuga. Nonna Rácz, egoisticamente, per il timore di restare sola, si oppone ad ogni tentativo di fuga e alla possibilità, sia per la figlia che per la piccola Éva, di salvarsi.

Il 1° maggio Éva e i suoi familiari devono spostarsi nell’antico ghetto, nel quartiere ebraico.

Mio piccolo Diario, non ho mai avuto tanta paura!

Pensavo di conoscere tanto della Shoà, ma questo libro mi ha fatto vivere l’angoscia di una famiglia, persone normali come tante altre, che va incontro a un destino terribile senza poter opporsi in alcun modo. Come sempre sale la rabbia dentro di me. Ma so che Éva, con il suo diario, a distanza di tanto tempo, ha avuto, ha la meglio sui suoi persecutori.

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Άgnes Zsolt, Io voglio vivere. Il diario di Éva Heyman

Informazioni su Velia Loresi

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