La singolarità di Auschwitz

Mariangela Caporale, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha tradotto il libro Trotzdem Hoffen, pubblicato nel 1993 in Italia col titolo Dove si arrende la notte. Un ebreo e un cristiano in dialogo dopo Auschwitz. Due teologi, Ekkehard Schuster e  Reinhold Boschert Kimmig intervistano separatamente Johann Baptist Metz, teologo cattolico, e lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto alla Shoà.

Mariangela Caporale

Scrive la studiosa nella Nota introduttiva:

Wiesel parla a partire dalla condizione di ebreo sopravvissuto alla Shoà, condizione che mostra perennemente la responsabilità dolorosa di questa identità.

Metz è il teologo che, pur appartenendo a quella tradizione teologica che ha alimentato l’odio antiebraico, specificandosi come teologia antigiudaica, ha vissuto la propria esistenza di maestro e di intellettuale assumendo i temi dell’antigiudaismo come oggetto di critica radicale alla sua stessa tradizione di pensiero, a quella teologia che dà forma all’identità cristiana: anche Metz ha cominciato ad insegnare, e dunque a pensare, al cospetto di Auschwitz, come egli stesso racconta.

Johann Baptist Metz

Da rileggere e conservare questo pensiero di Elie Wiesel sull’unicità della Shoà.

Nella disputa degli storici si discusse sull’ unicità dello sterminio degli ebrei, sulla sua singolarità. Questo pensiero può essere comunicato e reso comprensibile agli altri?

EW: Non voglio scoraggiare nessuno, ma a volte credo che abbiamo perso la lotta per il ricordo. Questo non significa che dobbiamo smettere di lottare. Al contrario, dovremmo continuare a combattere. Il tempo però lavora contro di noi, come diceva Joachim Fest: il tempo è un alleato potente di coloro che parteggiano per la storicizzazione del nazional-socialismo. La gente non vuole più ricordare. Non può convivere con la verità e allora pensa di poter vivere contro di essa. Ma anche se siamo solo in pochi e se diventiamo sempre di meno, dovremo continuare a ricordare. Fra cento anni gli studenti scopriranno che ci furono alcuni che rimasero fedeli alla memoria. Questo è un motivo sufficiente per continuare a ricordare.

Spiegare la singolarità di Auschwitz non è semplice. L’argomento che più frequentemente si ripete è ancora valido: il popolo ebreo era ed è l’unico popolo destinato all’estinzione completa. Questo significa che un ebreo nell’estremo oriente o un ebreo di New York o in Norvegia era condannato a morte.

Nessun altro popolo condivide questo destino tranne un popolo dell’antichità, gli etruschi. Furono estinti e nessuno sa il perché. Un bel giorno i romani decisero di ammazzare tutti gli etruschi e questa decisione si trasformò in un fatto. Questa decisione fu tale che i romani giunsero a distruggere completamente la cultura e la lingua etrusche.

Un ulteriore motivo della singolarità di Auschwitz è che nessun popolo fu mai tanto solo quanto quello ebreo. Durante la guerra anche altri uomini furono eliminati dai tedeschi, non solo gli ebrei. Per tutti esistevano comitati di soccorso che sostenevano questa gente. I comunisti erano sostenuti da Mosca, altri da Washington o Londra, gli ebrei non ebbero alcun aiuto. Non ebbero nessuno al loro fianco. Perfino dopo la guerra gli ebrei non avevano una patria dove poter andare. Quando un francese fu liberato dal campo di concentramento, poté ritornare a casa sua; addirittura i tedeschi, che erano nel lager, poterono farlo.

Gli ebrei non sapevano dove andare. Se fossero tornati dove vivevano prima, sarebbero stati perseguitati anche dopo la guerra, e perfino uccisi. In Ungheria, per esempio, l’antisemitismo fu più forte dopo la guerra che non prima, poiché coloro che si erano impossessati delle proprietà degli ebrei scacciati, non volevano restituire nulla a coloro che erano riusciti a tornare. Le vittime dovevano sopportare una pena doppia…

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Johann Baptist Metz-Elie Wiesel in dialogo con Ekkehard Schuster e Reinhold Boschert-Kimmig, Dove si arrende la notte. Un ebreo e un cristiano in dialogo dopo Auschwitz

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