Vincendo per sempre l’oblio

In questa vita d’inferno in cui mi trovo da quasi 16 mesi, non ho avuto un giorno, non un giorno, per raccogliermi nel mio mondo, e rendermi conto, valutare e piangere la mia terribile disgrazia. Il continuo e sistematico processo d’annientamento della nostra gente, che io vivo ogni giorno, ottunde, smorza l’infelicità individuale, soffoca ogni sentimento. Non resta che qualche istante: le ali della morte volteggiano già sopra la mia esistenza. Disegno di David Olère

Dopo che il numero degli appartenenti al Sonderkommando è stato ridotto della metà, Salmen Gradowski, detenuto nel campo di Auschwitz-Birkenau, ritorna nel suo box. Sa che ormai anche per lui il tempo sta per volgere al termine dopo che tanti dei suoi compagni, di cui gli sembra di sentire ancora le voci, sono stati inghiottiti nell’abisso.

Il box – da ciascuno si spandeva un suono singolare, che mescolava la sua nota particolare all’ armonia che si era creata in questo nostro mondo d’inferno.

Il box -da ciascuno proveniva il soffio di una vita che, invisibilmente e per il fatto stesso della sua presenza e della sua esistenza, dava una ragione, apportava un conforto, donava talvolta coraggio e speranza.

Il box -da ciascuno si dipanavano dei fili invisibili, che ci legavano in un’unica famiglia di fratelli indivisibili. E ora ha l’aspetto di una tomba scoperchiata, dalla quale ci fissa l’occhio della morte.

Il venerdì sera qualche decina di detenuti si riunisce per la preghiera: un gruppo ostinato di praticanti che respinge lo sconforto e resta legato alla fede più sincera. Non cercano ragioni ma si aggrappano con tutte le forze al loro Dio. Salmen si rivede a casa sua, a Suwalki, il venerdì sera.

Ti viene voglia di ricordare, di ricordare per poter provare la pena, il dolore, lasciar sanguinare il tuo cuore davanti a questa rovina, che ancora non abbiamo potuto piangere, poiché questo lavoro, l’assistere giorno dopo giorno alla morte atroce di milioni di uomini che sono passati davanti ai tuoi occhi, questo mare di sangue nel quale ci dibattiamo ogni giorno, queste violente ondate di infelicità collettiva, ci sommergono senza tregua e coprono il nostro dolore personale.

Salmen Gradowski non scrive il proprio nome nel suo diario ma dà indicazioni sulla sua famiglia, moglie fratelli, sorelle, cognati, tutti internati nei lager.

Haim Wolnerman, che viene in possesso del manoscritto, scrive ad uno zio di Gradowski, negli Stati Uniti. Lo zio conferma che la scrittura è proprio quella del suo parente e invia una foto di Salmen assieme alla moglie Sonia Sarah, foto che appare nelle prime pagine del libro.

Leggo sulla copertina del libro (e concordo) che Sonderkommando può essere considerato un capolavoro assieme agli scritti di Levi e Solzenicyn: Salmen  Gradowski  è riuscito a scrivere la sua storia e a testimoniare l’orrore, vincendo per sempre l’oblio.

Carlo Saletti, storico e regista, è nel comitato scientifico della «Maison d’Izieu Mémorial des enfants juifs exterminés» e della Fondation Auschwitz di Bruxelles.

Ha collaborato al «Dictionnaire de la Shoah» e ha scritto «La voce dei sommersi» e «Des voix sous la cendre».

++++++++++++++

Salmen Gradowski, Sonderkommando. Diario di un crematorio di Auschwitz, 1944. a cura di Philippe Mesnard e Carlo Saletti

Informazioni su Velia Loresi

I love Israel
Questa voce è stata pubblicata in SALMEN GRADOWSKI, Sonderkommando. Diario di un crematorio di Auschwitz, 1944. Contrassegna il permalink.