I ponti che ci tenevano uniti

Per Mesnard e Saletti che hanno curato l’Introduzione al libro “Sonderkommando. Diario di un crematorio di Auschwitz, 1944”, la testimonianza dell’ebreo polacco Salmen Gradowski, che per ventidue mesi fece parte del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau, costituisce uno dei documenti più importanti per poter conoscere la vita quotidiana nella fabbrica della morte.

La parola Sonderkommando, scrivono, ha designato le squadre di lavoro che erano addette al funzionamento degli impianti di sterminio ed erano composte quasi totalmente da deportati ebrei.

Drawing by Auschwitz Sonderkommando survivor David Olere

Suddivisi in gruppi, ciascuno con una specifica funzione, i membri del Sonderkommando formavano un’équipe efficiente e godevano, all’interno del campo, di un trattamento migliore rispetto a quello degli altri detenuti. Avevano, tuttavia, il più terribile dei compiti: accompagnare le vittime nelle camere a gas, rimuovere poi i cadaveri, tagliare i capelli alle donne e strappare i denti d’oro. Infine, dovevano occuparsi dello smaltimento dei cadaveri.

I membri del gruppo, disprezzati e odiati dagli altri detenuti, vivevano in box lontano dagli altri prigionieri e venivano periodicamente eliminati affinché non rimanesse nessuna testimonianza dei crimini nazisti.

Divenuti insensibili alle sofferenze altrui, sviluppavano un sentimento di fratellanza per i propri compagni del Sonderkommando e, nel momento in cui venivano separati, i fortunati non destinati alle camere a gas erano dolorosamente straziati da sentimenti opposti, gioia di poter vivere ancora un poco e, nello stesso tempo, consapevolezza di ciò che sarebbe accaduto agli altri.

Philippe Mesnard, uno dei curatori di “Sonderkommando”, è docente di Letteratura comparata al CELIS ( Centre de Recherches sur les Littératures et la Sociopoétique) dell’Università Blaise Pascal e direttore della Auschwitz Foundation di Bruxelles. Il suo obiettivo: différencier les violences, enseigner la spécificité de la Shoah.

Leggo alcuni dei passi più dolorosi di Sonderkommando.

Non era la prima volta che un colpo di fischietto ci richiamava fuori dal blocco per un secondo appello, con un pretesto o un altro. Ma questa volta il colpo di fischietto è piombato come un uragano e ci ha sconquassato il cuore.

Un pensiero si fa strada in ognuno di loro. Questo colpo di fischietto è indirizzato a noi? Che cosa vorranno farci? A chi toccherà partire?  Chi sarà il prossimo che verrà chiamato?

Condividiamo lo stesso dubbio. Tutti proviamo la stessa angoscia. Tutti come fossimo uno, la stessa paura, lo stesso tremore. Tutti in attesa dei minuti a venire. In questo istante abbiamo avvertito che 15 mesi di vita in comune, di questo lavoro tragico, orribile, spaventoso, ci hanno uniti, fusi in un gruppo compatto di compagni, una famiglia di fratelli inseparabili, indivisibili. E così noi resteremo sino all’ ultimo.

Già dal giorno precedente si è diffusa la notizia che partirà un trasporto e che per questo alcuni non saranno impiegati nel lavoro del crematorio.

Poi il Rapport-schreiber inizia a leggere i nomi di chi non andrà al lavoro. Man mano che vengono letti i nomi dei compagni che saranno allontanati, la paura collettiva lascia il posto alla paura individuale.

Se viene letto il numero di un altro, rinasce la speranza. Ecco, il legame fraterno all’ improvviso si è spezzato. L’istinto di sopravvivenza ha preso possesso dell’individuo, si è insediato al posto di paura e inquietudine.

Ogni nuovo numero chiamato si è trasformato, silenziosamente, in una carica di dinamite, che ha fatto saltare i ponti che ci tenevano uniti.

Hanno spezzato la famiglia. Chi ha avuto la possibilità di continuare a illudersi di poter vivere e sopravvivere a una rivolta si è trovato come disarmato.

Ognuno di noi percepisce che una terribile tragedia sta per accadere, che si sta compiendo un atto terribile in cui tutti siamo coinvolti, ma non si riesce ancora ad immergersi nei propri pensieri, a pensare sull’ avvenimento. Ci si riunisce in gruppetti per condividere l’afflizione e il tormento.

Gradowski morirà nel campo di Auschwitz-Birkenau nell’ottobre del 1944.

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Salmen Gradowski, Sonderkommando. Diario di un crematorio di Auschwitz, 1944. a cura di Philippe Mesnard e Carlo Saletti

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