Fuori dalla porta di casa

È in nome dei miei che sono diventata una testimone. Sarebbe molto più comodo non parlare più di quel periodo, starsene a casa propria senza mettersi davanti a una telecamera o a una folla di ragazzi. Sarebbe più comodo non andare a Tradate, a Saronno, a Gavirate, a Pesaro, a Bologna. Dopotutto, chi se ne importa di Tradate, Saronno, Gavirate, Pesaro e Bologna?

Ma in realtà di tutto mi importa e di chiunque, una volta che ho deciso di entrare in questo ordine di idee.

Liliana Segre afferma, nel suo libro di memorie,  di aver  iniziato a testimoniare per un debito non pagato nei confronti di tutte le vite che si sono spezzate allora, quando lei aveva tredici anni, persone buone, miti, e che non hanno potuto, come lei, invecchiare o che hanno portato con sé il rimorso di essere sopravvissute all’ orrore.  

Per anni non è riuscita a parlare, a raccontare. Al ritorno a casa, nessuno aveva voglia di ascoltare racconti di dolore, di disperazione. Tutti raccontavano le loro piccole grandi perdite, il baule con la biancheria del corredo, i servizi di piatti andati in frantumi, le sofferenze patite. Liliana aveva subito intuito che non avrebbero potuto comprendere ciò che lei aveva vissuto E lei non avrebbe voluto una competizione tra chi aveva sofferto maggiormente.

Così non ha parlato neppure con lo zio, fratello del padre Alberto, nella casa del quale in via Morozzo era andata ad abitare al ritorno in Italia.

 

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Milano, via Morozzo della Rocca. Qui Liliana ha abitato al ritorno in Italia, nella bella casa dello zio, fratello del padre Alberto.

Mio zio, che poi ha vissuto fino a 88 anni -è morto nel 1986- ogni attimo della sua lunga vita, ogni sua notte è stata squassata dallo stesso incubo: vedeva il treno, i suoi genitori che venivano caricati dentro ai vagoni, e lui che voleva tirarli giù ma non poteva.

Ogni notte urlava in preda ai sensi colpa. Così non gli ho raccontato quasi nulla del lager, della fame, delle botte, delle selezioni: l’ho voluto proteggere, preservarlo da ulteriori dosi di orrore. Mi faceva pena. Era una persona che non poteva reggere ai ricordi perché era scappato: lui si era messo in salvo e gli altri, tutta la sua famiglia, no. Aveva lasciato mio papà da solo con la responsabilità di chiudere la ditta, di prendersi cura del nonno, malato del morbo di Parkinson, e di me bambina. Non se l’è mai perdonato: non ne parlava, ma la sua sofferenza era evidente. Era un uomo profondamente triste, al quale non sembrava possibile ricominciare una vita normale…

Soli nella sofferenza, la ragazzina tornata dal lager, lo zio che, fortunatamente, è riuscito a salvarsi: nessuno è risparmiato.

 

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Milano, via Telesio. Nell’ultima casa ad angolo, Liliana, dopo essersi allontanata da casa Segre, ha vissuto con la nonna materna.

Solo dopo una lunga riflessione, Liliana è riuscita a parlare.

…per tanti anni ho accantonato la memoria, desideravo liberare la mia vita da quell’ impronta tanto grave e nera, per renderla semplicemente normale.

E invece, da grandi, i miei figli mi hanno rivelato: “No, mamma, tu credevi che la tua esperienza fosse rimasta fuori dalla porta di casa…Tu credi di non averne parlato. In realtà bastava il tuo numero a richiamare tutto quello che avevi passato…”

Il suo libro mi ha molto emozionato, e l’ultima pagina mi ha fatto piangere.

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Emanuela Zuccalà, Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre fra le ultime testimoni della Shoà

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