Prove di un’integrazione

Nel 1973 lo storico americano Robert Paxton pubblica il suo libro La France de Vichy, 1940-1944, in un momento in cui ci si sforza di sanare le ferite di quel periodo durante il quale i francesi non si sono più voluti bene. Lo stesso Raymond Aron, filosofo e sociologo francese, esorta i correligionari a non cedere all’ossessione della memoria.

Robert Paxton

Robert Paxton

Nel 1981, Paxton, assieme allo storico nord-americano Michael Marrus, pubblica Vichy et les Juifs; la tesi è la stessa: Vichy è ritenuto responsabile e colpevole, e i suoi capi meritano la condanna.

Nel libro Paxton afferma che Laval non è stato antisemita e che i nazisti si stupivano dello scarso numero di ebrei che partivano dalla Francia. Sceglie di non porsi la domanda che, tuttavia, lo tormenta: come mai tre quarti degli ebrei francesi sono sopravvissuti alla morte?

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Serge Klarsfeld

 La risposta gliela fornisce Serge Klarsfeld, scrittore e storico romeno: è stato il popolo francese a salvarli. I tedeschi e il nazismo sono in secondo piano, delle comparse, nulla di fronte al male assoluto, Vichy, la macchina sterminatrice. E sono stati i francesi che hanno salvato così tanti ebrei. Ma come mai allora i francesi sono descritti come infami farabutti, antisemiti, delatori? Ecco la risposta: la causa di ciò è stata la politica adottata da Pétain e Laval i quali, di fronte alle pressanti richieste dei tedeschi, decidono di salvare i vecchi israeliti francesi e sacrificare gli ebrei venuti da fuori, i profughi. Agendo in questo modo, scegliendo di abbandonare al suo destino una parte degli ebrei si ottiene di salvarne un’altra parte, consistente. Persino un grande studioso  dello sterminio nazista, Raoul Hilberg, giustifica questo comportamento nella sua opera Destruction des Juifs d’Europe.

Oggi si ritiene, a ragione, che quelle  tesi siano eccessivamente indulgenti, scandalose addirittura. In realtà, l’antisemitismo di Stato ha anticipato, favorito e moltiplicato lo sterminio nazista.

“Quando rileggo oggi alcuni giudizi che ho pronunciato in quel periodo”, ammette Paxton in occasione della riedizione del suo libro, “confesso che sono troppo sintetici e talora feroci. Erano influenzati, lo riconosco, dalla mia personale repulsione nei confronti della guerra condotta in Vietnam dal mio paese. Ma ai miei occhi è sempre legittimo affermare che il regime di Vichy sarebbe stato da un capo all’ altro marchiato dal suo peccato originale del giugno 1940…”

Quanto a Klarsfeld, è durante un suo intervento nel corso di un dibattito nella Creuse il 29 e 30 maggio 1996 che spiega come sia ritornato alla Storia (dopo una carriera da avvocato), “perché non si dica un giorno che Vichy aveva salvato gli ebrei”.

Vichy et la Shoah

Éric Zemmour ha tratto questi due interventi da un’opera che, pubblicata dal rabbino Alain Michel nel 2011, viene circondata da un “silenzio mediatico assordante”: Vichy et la Shoà. In questo libro, lo storico mostra come sia stato immorale lo scambio di ebrei francesi con ebrei stranieri voluto da Vichy. Svela come un potere antisemita sia ossessionato dalla partenza degli ebrei stranieri verso l’America. Quando questa oppone un rifiuto, esso decide di assecondare la volontà dei tedeschi mandando quegli ebrei verso est. Michel denuncia Vichy, denuncia lo statuto degli ebrei che, dal 1940, fa degli israeliti cittadini di second’ordine. Ma si spinge ancora più in là, distinguendo tra morale e politica. Non approva Vichy ma, alla fine, anch’egli, ebreo, sionista, comprenderà la ragione di Stato.

Claude Mauriac ricorda, nel suo libro Aimer de Gaulle che esistevano due tipi di Resistenza assolutamente diversi: la Resistenza di De Gaulle, che era resistenza al nemico, e la Resistenza politica contro nazisti e fascisti. Paxton ha decretato la vittoria degli avversari del Generale.

C’è un ultimo nodo da districare. Paxton mostra che vi è una continuità  tra Repubblica e governo di Vichy per liberarsi degli stranieri e degli ebrei provenienti dall’estero. Ma la Francia, ritiene lo storico, una volta convertita al pluralismo culturale, potrà, con maggiore facilità, accettare gli ebrei.

Nel 1973 de Gaulle è morto; la sovranità francese deve inchinarsi davanti all’impero americano e sciogliersi nell’ Europa; e la vecchia Francia pro-integrazione si deve aprire al modello comunitario che la generazione degli anni ’80 agghinderà con gli ornamenti scintillanti della “diversità”.

Gli ebrei stranieri e i loro figli, divenuti francesi, non hanno perdonato alla Francia il fatto di aver cercato, dopo Napoleone, di proteggere gli ebrei come individui favorendone l’assimilazione ma non concedendo loro nulla come nazione.

Le autorità francesi non difenderanno più il loro modello che aveva tuttavia consentito l’integrazione di generazioni di immigrati. Ancor prima che con il trattato di Amsterdam del 1997 gli venissero sottratte dall’ Europa, lo stato francese non controllava più le proprie frontiere di fronte all’ ondata migratoria proveniente da sud, per paura di essere accusato di spedire gli “Ebrei” nei campi di sterminio. Non potrà più pretendere dai nuovi arrivati le prove di un’integrazione sotto il ricatto di essere ricondotto “alle ore peggiori della nostra Storia”.

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Éric Zemmour, Il suicidio francese

Il suicidio francese

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