La morte era un avvenimento quotidiano

Jan Karski viene fatto prigioniero dei russi nel 1939. Successivamente, dopo uno scambio  avvenuto su un ponte del fiume San, lungo il nuovo confine russo-tedesco, è prigioniero dei tedeschi. Viaggia per quarantotto ore su un treno merci e giunge, con gli altri prigionieri polacchi, nel campo di Radom. Fiume SanIl fiume San, affluente della Vistola, si trova tra il nord-ovest dell’Ucraina e le estreme regioni sud-orientali della Polonia
Ben presto i suoi progetti di fuga trovano un grosso ostacolo nel sistema di sorveglianza teso a scoraggiare qualsiasi tentativo: il campo è circondato da filo spinato e tutt’ intorno si vedono torrette di guardia. Gli ufficiali tedeschi comunicano con urla e minacce di punizioni e di fucilazione nel caso di un tentativo di fuga.

RadomImmagini della città di Radom 
I giorni successivi mi permisero di conoscere meglio la mentalità dei tedeschi e -per così dire- il codice morale vigente nel campo, che mi era così estraneo da risultare incomprensibile. Per la prima volta in vita mia avevo a che fare con tanta brutalità e con tanto odio. Fui costretto ad allargare notevolmente i miei orizzonti mentali riguardo a ciò che può accadere in questo mondo.
Karski descrive le spaventose condizioni di vita nel campo.                             Alla base della nostra alimentazione c’era una brodaglia, distribuita due volte al giorno, che avrebbe dovuto rappresentare la zuppa. Era talmente immonda che molti prigionieri –me compreso- non erano in grado di buttarla giù. In aggiunta ricevevamo circa duecento grammi di pane stantio. Abitavamo in un edificio diroccato che un tempo doveva aver ospitato una caserma, anche se era davvero difficile immaginarlo. Dormivamo sopra un sottilissimo strato di paglia gettato sul pavimento. Probabilmente si trovava lì dall’ inizio della guerra.

Non avevamo coperte o altro. Ci coricavamo vestiti. Non disponevamo di nessuna forma di assistenza medica. Compresi alla svelta che la morte era un avvenimento quotidiano, persino banale.
Tuttavia la forza interiore e il senso pratico di tre suoi amici costituiscono, nelle difficili condizioni del campo, motivo di consolazione e di incoraggiamento per il giovane Jan.

+++++++

Jan Karski, La mia testimonianza davanti al mondo. Storia di uno stato segreto

jan-karski1Io e Gabriella prendiamo posto nella saletta dove è stato allestito il teatrino dei burattini.
“Se tu leggi e sei così appassionata a questi argomenti, ne accenni durante le lezioni, ma quello che apprendi rimane chiuso in te, non viene fuori per far partecipi anche gli altri, non serve a molto, potresti fare qualcosa…”.
Sento dirle qualcosa che so, rimugino in me da tanto tempo, tuttavia la mia sfiducia nei confronti del prossimo, la mia convinzione che solo pochi potrebbero capire mi ha sempre convinto che non ne dovevo parlare.
Ma quando, poco prima, uscendo dalla lezione di inglese, dirette, nell’antico chiostro, verso la saletta dove assisteremo allo spettacolo, mi ha chiesto delle mie letture, non ho saputo nasconderle nulla. Le ho detto che si parla tanto degli ebrei morti, e quasi solo, ipocritamente, nel Giorno della Shoà, e si parla poco o nulla di quelli che vengono accoltellati nelle strade di Gerusalemme, di Tel Aviv, di Hebron e sono arrabbiata perché nei telegiornali o nelle varie trasmissioni l’atteggiamento appare molto spesso ostile ad Israele ma questo è solo una forma di antisemitismo…sono diventata un fiume in piena, qualcuno ci ha guardato incuriosito.
Ora, aspettando che lo spettacolo inizi, temo di essermi lasciata andare troppo, avrò sbagliato? No, mi dico, prima o poi dovevo farlo.
“Gabriella, dico, vorrei fare qualcosa ma è difficile, penso che incontrerei molta ostilità e incomprensione”.
Ci scambiamo i numeri di telefono.
++++

 

Informazioni su Velia Loresi

I love Israel
Questa voce è stata pubblicata in JAN KARSKI, La mia testimonianza davanti al mondo. Storia di uno Stato segreto. Contrassegna il permalink.