Non volevamo comprendere

Il giovane Jan Karski, sottotente di un reggimento di artiglieria a cavallo, si trova a Varsavia quando giunge un ordine segreto di mobilitazione: dovrà recarsi a Oświȩcim e raggiungere il proprio reparto. È l’agosto del 1939, due batterie di artiglieria a cavallo sono state già inviate al confine e nubi scure si addensano sulla Polonia ma, con gli altri giovani sottufficiali, Jan preferisce evitare di parlare di certi argomenti.
Quando ci capitava di commentare la situazione corrente e ciò che avrebbe potuto riservarci, finivamo sempre per mostrare una certa uniformità di opinioni, un concorde, generalizzato ottimismo: cercavamo così di metterci al riparo da dubbi e paure, rinunciando a riflettere con la necessaria lucidità sui cambiamenti che stavano avvenendo nella politica europea a un ritmo che non riuscivamo o non volevamo comprendere.

Jan comprende che era sprofondato, allora, in una sorta di letargo intellettuale.

Non volevo aprire la mente al significato di quelle spaventose novità perché ciò avrebbe sconvolto tanto il mio passato quanto la mia esistenza presente.
In America avrebbero poi fatto una diagnosi psicologica di questo letargo autoindotto, definito come “percezione difensiva”. In poche parole, era molto più facile “non sapere” che “sapere”.
 Oświȩcim, Auschwitz in tedesco
Riconosco, in queste parole, lo stesso desiderio di tenere lontano il timore di ciò che potrebbe accadere ma che spesso è, in questi tempi, nei pensieri più nascosti e angosciosi di molti.

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Jan Karski, La mia testimonianza davanti al mondo. Storia di uno stato segreto

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Corso di inglese organizzato da Rosanna nell’ambito del circolo culturale che sto frequentando. Marinella, la nostra insegnante, si sforza di farci conversare, molti di noi ricordano poco o hanno dimenticato le nozioni apprese a scuola. Tra “aaaa…” “ehmmm…” “eeee…” si va avanti sperando di migliorare col tempo. Nelle brevi composizioni che dobbiamo preparare e che serviranno per la conversazione, scelgo argomenti di attualità o racconto di qualcosa che mi è accaduto negli ultimi tempi.
Poi la passione prende la mano e talvolta si continua a parlare in italiano. Avete visto il papa, stringere la mano di quel Rohani, insanguinata! Non spero che mi capiscano ma la butto lì. Rosanna, seduta accanto a me, sussulta: ”Eh! No, il papa…il papa… fa quello che deve fare, la sua missione…!
Penso a tutti i papi dell’Ottocento e a tante cose accadute nel secolo scorso, non mi sembra che sempre i papi abbiano fatto quel che probabilmente avrebbero dovuto.
Anzi, senza ‘probabilmente’, penso al ghetto di Roma e alle limitazioni, alle sofferenze e alle umiliazioni inflitte alla popolazione ebraica, e penso al bambino battezzato dalla domestica e portato via dai genitori, e a tante altre cose. Vorrei riuscire a gridare, far capire… E Pio XII…il suo silenzio…
Ma nell’insieme avverto che molti sembrano soddisfatti della visita, delle conseguenze positive che potrà avere.

Informazioni su Velia Loresi

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