Parlare nuovamente di loro

Giulio Meotti spiega che, nello scrivere “Non smetteremo di danzare”, è stato mosso (mi piacciono le sue parole e le riporto senza cambiarle) dall’ “amore per un grande popolo e la sua meravigliosa e tragica avventura nel cuore del Medio Oriente”. Dice ancora, il giornalista, che l’equivalenza che viene fatta tra israeliani e palestinesi è “amorale e disgustosa”. Come non essere d’accordo? Trovo le sue parole giustissime. Egli considera un regalo quello che, a lui, hanno fatto quegli israeliani i quali, colpiti nei loro affetti più cari da vili attentati, hanno saputo aprire il loro cuore, rimanendo nudi col proprio dolore davanti a un non ebreo. Per lo più, aggiungo io, sempre così riservati nel loro porsi di fronte al loro passato, e al loro presente.

ItamarItamar, dove sono stati barbaramente assassinati Ehud, Ruth e tre dei loro figli, Yoav (11 anni), Elad (4 anni) e Hadas (3 mesi)

Ehud Ruth Yoav Elad Hadas
Rievocare le vittime, raccontarle come se formassero una catena esistenziale indissolubile, era per me l’unico modo per non lasciarle andare via. Leggere questi racconti è un atto di solitudine volontaria contro l’abbandono alla derelizione di cui furono vittime queste migliaia di giovani e vecchi, bambini e infanti, donne e uomini.
Meotti afferma di aver deciso di raccontare le loro storie spinto dalla speranza che, nonostante il grande silenzio, Israele possa, alla fine, vincere.
Una delle più grandi vittorie del terrorismo è stata la cancellazione delle vittime. Parlare nuovamente di loro è una vendetta contro i crimini perpetrati su donne, vecchi e bambini ebrei. È il significato più puro e intangibile della memoria.
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Giulio Meotti, Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele

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