Sopraffatto dal dolore

Finito il nostro lavoro restiamo per un poco in piedi ai nostri posti perché il passaggio è occupato dagli uomini nudi che vengono spediti nelle camere a gas. Corrono fra due file di aguzzini, che li colpiscono da entrambi i lati. Corrono con le braccia in alto, con le dita aperte gridando senza posa: Shema Yisrael, Shema Yisrael. Con queste parole sulle labbra vengono spinti verso la morte. La sfilata delle vittime finisce, le porte metalliche si chiudono ermeticamente soffocando le ultime grida. I boia ricompaiono e ci riportano sul piazzale poiché la pausa di mezzogiorno è terminata. Continuiamo la cernita a ritmo sostenuto per far posto a nuovi bagagli. Seleziono la roba e la porto nei vari magazzini.

Scrive Elie Wiesel nella postfazione a Treblinka 1942-1943 di Chil Rajichman:
Dante non ha capito né visto niente: il suo inferno non assomiglia affatto a quello che, nel XX secolo, la disumanità dell’uomo fa erigere nel cuore stesso dell’Europa civilizzata, per annientarvi un popolo dalla memoria antica, ferito e minacciato. Holocaust monument at Radegast Memoriale presso la stazione Radegast a Lodz, città natale di Rajichman.
Della consistente comunità ebraica di questa città non sono rimaste oggi che poche centinaia di persone.
Da ogni parte si sentono lamenti. Ognuno di noi piange sulla propria disgrazia. Sopraffatto dal dolore piango per ciò che mi è toccato subire. Accanto a me si dispera un altro prigioniero. Gli chiedo chi sia. È di Cestochowa, si chiama Yankel. Facciamo conoscenza e mi confida un segreto: è qui già da dieci giorni. Non lo sa nessuno, perché la gente non si conosce. È rarissimo resistere così tanto.

Scrive Ugo Volli:
Credo che quando mi capiterà ancora di sentir parlare dell’iniziativa europea per la pace e del riconoscimento della Palestina – il che temo avverrà continuamente – non potrò impedirmi di rivedere nella mente il memoriale costruito vicino alla stazione del ghetto di Lodz: una massiccia trincea coperta di nudo cemento senza uscita che prolunga i binari, con gli elenchi delle deportazioni riprodotti sulle pareti, che dopo un centinaio di metri finisce in uno spazio circolare, sovrastato dal camino di un crematorio. Peggio che un vicolo cieco, l’atteggiamento europeo per gli ebrei, che diventano buoni solo da morti. (26 maggio 2015)

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Chil Rajchman, Treblinka, 1942-1943. Io sono l’ultimo ebreo

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