Nel flusso allucinato

 Sempre, quando inizio a leggere un libro sulla Shoà, so che vi troverò avvenimenti già conosciuti, di cui ho sentito parlare tante e tante volte. E sempre, tuttavia, dopo le prime pagine, mi accorgo che, sì, i fatti sono uguali, più o meno, il ghetto, il treno, l’arrivo nel campo, l’umanità sofferente, ma tutto è ogni volta diverso, non solo il narratore, sopravvissuto ai campi di sterminio, ma anche la commozione che ogni vicenda, uguale a tante altre e nello stesso tempo diversa, suscita.
Chil Rajchman, polacco, è, in effetti, uno dei pochissimi che ha potuto scrivere il suo diario quando ancora la guerra non è finita. La sua narrazione è viva, animata dallo stupore per quello che sta accadendo.
Chil, sopravvissuto, ha sempre tenuto nascosto il quaderno dove sono le sue annotazioni : queste saranno pubblicate solo dopo la sua morte.

Chil Rajchman                                                      Chil Rajchman
La terribile bellezza e potenza di questo breve racconto risiedono nel flusso allucinato che narra quello che fu la vita a Treblinka, senza che altre voci o eruditi riferimenti interferiscano.
(dalla prefazione di Annette Wierviorka a Treblinka, 1942-1943. Io sono l’ultimo ebreo)
La vivezza e la crudezza del racconto lo rendono, secondo Annette Wieviorka del Centre National de Recherche Scientifique, un grande testo della letteratura della Shoà. (dalla prefazione di Annette Wierviorka a Treblinka, 1942-1943. Io sono l’ultimo ebreo)
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Chil Rajchman, Treblinka, 1942-1943. Io sono l’ultimo ebreo

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Informazioni su Velia Loresi

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