La doppia aspirazione

Ancora una volta è un imprevisto a sconvolgere il mio programma di lettura ma, quando l’ ho sfogliato la prima volta ho subito capito che si trattava di un libro bellissimo, dapprima mi hanno attirato le foto stupende del quartiere ebraico e le didascalie curatissime e poi il resoconto degli scavi alla ricerca delle tracce del passato, le storie passate, i ricordi, le descrizioni delle rovine, il tutto raccontato con grande amore e passione. Ho sistemato sulla mia scrivania il libro di Luca Fiorentino “Il ghetto racconta Roma” e mi addentro nella conoscenza di questo luogo abitato sin dai tempi più antichi dal Campidoglio alle rive del Tevere, ricco di storia e di fascino.

Pietre gli angoli del riposo a Roma. Di animali e persone.

Pietre: gli angoli del riposo a Roma. Di animali e persone. (da: “Il ghetto racconta Roma”  di Luca Fiorentino)

Il ghetto dove era nato il padre di mio nonno era un intrico di viuzze contorte, una disordinata sovrapposizione di costruzioni. In un’area piccolissima, tra il Portico d’ Ottavia e il Fiume gli ebrei erano cresciuti, in più di tre secoli di costrizione, di numero ed esigenze, che nascevano e finivano nel perimetro segnato dalla Renella che guardava l’isola Tiberina.

Era lì che i ragazzini facevano il bagno dalla “Ripa dei Giudei”, che dava loro l’illusione di un orizzonte più lontano di quello chiuso tra le case del ghetto, e la sensazione di una libertà di cui non godevano.
Forse togliersi i vestiti in riva al fiume, il piccolo privilegio estivo di proteggersi con un bagno dalla calura, allungare lo sguardo fino all’isola Tiberina e alle prime case di Trastevere poteva sembrare un’evasione, la risposta timida e silenziosa ad una vita fatta degli stessi luoghi, dalle stesse persone, scandita dai tempi e dagli usi di sempre.
Il mio bisnonno portava nel nome il simbolo delle aspirazioni del ghetto della fine del XIX secolo: si chiamava Aron Giuseppe. Un misto della forza della tradizione ebraica –il fratello di Mosè, la sua voce , senza il quale non sarebbe stata possibile la libertà dalla schiavitù d’Egitto- e un richiamo della tradizione del Risorgimento che prometteva riscatto alle popolazioni oppresse.
Era la doppia aspirazione di un ebreo dell’Ottocento, di un ebreo del ghetto di Roma in particolare, segnato dall’ appartenenza al proprio popolo, alla libertà e alla voglia di emancipazione, che dava espressione alle migliaia di ebrei poveri, discriminati, orgogliosi e disperati dalla cattività romana, finita con l’arrivo dei Savoia e la fuga del Papa: perché a Roma il “popolo del libro” era diventato, salvo rare eccezioni, un “popolo senza voce”.

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Luca Fiorentino, Il ghetto racconta Roma

Il ghetto racconta Roma 

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