Il terrore che ci oscurava la coscienza

La sofferenza di Piera Sonnino all’ alba della prima notte trascorsa ad Auschwitz, il 28 ottobre 1944,  è simile a quella descritta da tanti altri sopravvissuti alla Shoà.

Auschwitz Birkenau

L’aria era nebbiosa e fredda. Desolatamente grigia nell’ allucinata simmetria delle baracche. Grida di uomini e latrati di cani. Imperiosi sibili di fischietti. Il fango raggiungeva le caviglie,  spesso e vischioso.  Colonne di fantasmi nella nebbia, immobili, in attesa,  e parvenze d’ uomo, appoggiate le une alle altre, sugli spiazzi tra le baracche.

Appena uscimmo dal luogo dove avevamo trascorso la notte, ciò che ci accolse non ha nel linguaggio umano alcun riferimento.  La mia memoria stessa, che pure ha registrato, si rifiuta oggi, a distanza di quindici anni, di restituirlo al  pensiero e alla ragione.

Per quanti sforzi io faccia,  sullo schermo della mente le immagini trascorrono velocissime, confuse, come di un film proiettato troppo in fretta.

Ci trascinavamo a fatica, esauste per il lungo viaggio e la mancanza di cibo, per la notte vissuta nella baracca,  per il terrore che ci oscurava la coscienza di noi stesse.

 Il padre, la madre  e i fratelli vengono allontanati; Piera e le sorelle Bice e Maria Luisa sono rinchiuse nel blocco numero 12. Di tutti loro,  solo Piera resterà a testimoniare.

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Piera Sonnino, Questo è stato. Una famiglia italiana nei lager.

Piera Sonnino

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