Lento declino

A fine agosto 1942 l’Aeltester der Juden, l’ Anziano del ghetto di Lodz Chaim Rumkowski, con un discorso che raggiunge tutti gli angoli, avverte che i tedeschi intendono allontanare ventiquattromila ebrei: dovranno essere consegnati i bambini tra i due mesi e i dieci anni, gli ammalati e le persone con più di sessantacinque anni. La gente in strada grida, si domanda come Rumkowski possa chiedere una cosa del genere, si lanciano sassi contro la sua carrozza ma egli sostiene che la collaborazione con i tedeschi è “per il bene del ghetto”.                                                                                                              Ogni volta che poteva Rumkowski era lì a chiederti di capirlo, ma cosa c’era da capire? Ci aveva chiesto di cooperare con i tedeschi, e di rinunciare ai bambini e agli anziani – ma queste “richieste” erano al di là di ogni comprensione.                                                                                                              Ribollivamo di rabbia, tuttavia non ci fu alcuna rivolta. Per quanto possa sembrare inverosimile, nessuno osò sfidare Rumkowski.                                 Ma le liste vengono compilate troppo lentamente. Allora i tedeschi impongono lo Sperre, tutti gli abitanti del  ghetto, più di centomila abitanti, dovranno restare confinati nelle case dal 5 al 12 settembre 1942. Nessuno potrà uscire di casa in quei giorni. Lucille teme per la sorellina Karin che ha 11 anni,  ma spera che si salvi, è alta per la sua età.                                            Tutti aspettano, vogliono che i tedeschi arrivino e che, soprattutto, se ne vadano via in fretta: quel fardello di terrore è troppo opprimente. E i tedeschi arrivano con gli autocarri vuoti, rastrellano le case in cerca di persone nascoste.

Donne anziani e bambini del ghetto di Lodz avviati verso il campo di sterminio di Chelmno

Anziani e bambini del ghetto di Lodz avviati verso il campo di sterminio di Chelmno

Senza che ce ne fossimo accorte, Karin e io eravamo state separate. Era stata caricata su un autocarro, assieme a una buona metà degli inquilini del palazzo – tra loro c’era anche Dorka. Riuscii a scorgere Karin mentre mi tendeva le mani, ma i minacciosi fucili spianati dei tedeschi mi impedivano di avvicinarla. Pochi istanti dopo l’autocarro partì e si allontanò rapidamente. Non la vidi mai più.                                                                                   Il coprifuoco viene revocato e agli abitanti del ghetto viene ordinato di tornare al lavoro.                                                                                                            Dopo quei tragici eventi riprendemmo a ricevere le nostre misere razioni di cibo, e all’ apparenza tutto sembrò tornare alla normalità. Chi era rimasto nel ghetto continuò il suo lento declino. Eravamo deboli e demoralizzati.

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Lucille Eichengreen, Rumkowski e gli orfani di Lodz

Nel ghetto di Lodz

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