Non una parola di compassione

…c’è forse qualcosa di simile a una normale schizofrenia: che cioè una persona alberghi nel proprio petto, l’uno accanto all’altro, entrambi gli aspetti, quello sadico-maligno e quello soccorrevole-buono, senza che essi si sovrappongano nemmeno in un punto? Che consista per così dire di due persone del tutto diverse, l’una delle quali può calpestare con lo stivale la faccia di una ragazza, mentre l’altra spedisce dolciumi alla bimba della vicina?

Non so se la nostra conoscenza dell’animo umano progredirà al punto da poter spiegare attendibilmente fenomeni del genere. E pur ammettendo che sarebbe bene se lo potessimo, non lo ritengo tutto sommato così importante: per ogni atto criminale c’è in ultima analisi una qualche spiegazione, che ha le sue radici nella psiche di chi l’ha compiuto. Ma ciò non rende migliore quest’atto. Dobbiamo orientarci sui fatti. Contro Hermine Braunsteiner sussistevano numerose testimonianze attendibili, secondo le quali ella aveva percosso, fustigato, preso a calci e ucciso. Nulla possono fare, per modificare questa realtà, le numerose attendibili asserzioni dei vicini di casa che la dipingono come la signora più gentile del quartiere.

Hermine Braunsteiner

Hermine Braunsteiner

Nel marzo 1973 la Braunsteiner viene rintracciata  a New York dove vive col marito. Come tanti altri che durante la guerra hanno commesso dei crimini nei campi di concentramento, svestita la divisa, è tornata ad essere quello che era prima della guerra, una persona assolutamente normale, per nulla appariscente.

Nel novembre dello stesso anno  inizia a Düsseldorf il procedimento contro quindici imputati che hanno fatto parte del personale di custodia nel lager di Majdanek. Tra questi c’è la “cavalla”, come veniva chiama Hermine Braunsteiner, la quale, si ricorda, più di trent’anni prima aspettava i detenuti al loro arrivo a Majdanek con la frusta in mano.

Il 30 giugno 1981 fu pronunciata la sentenza. Hermine Ryan, unica tra gli imputati, fu condannata al carcere a vita. Accolse la sentenza immota e impartecipe. Soltanto più tardi, come si destò alla consapevolezza del significato di quella condanna, fu sopraffatta dalla compassione di sé, trasse un fazzoletto e si asciugò le lacrime dagli occhi.  Nei cinque anni ch’era  durato il processo, non una parola di pentimento le era salita alle labbra, non una parola di compassione per le vittime di Majdanek.

Campo di Majdanek, presso Lublino

Campo di Majdanek, presso Lublino

Nel 1965 Wiesenthal scrive al senatore Robert Kennedy per richiamare la sua attenzione sul fatto che molti criminali nazisti presto non potranno più essere incriminati poiché è imminente nella Repubblica Federale di Germania la prescrizione dei loro crimini. Kennedy risponde con pochissime parole: “Gli obblighi morali non hanno scadenze”.

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Simon Wiesenthal, Giustizia non vendetta. La mia vita a caccia di nazisti

Giustizia.. Wiesenthal

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