Credevo di aver sepolto

Questi miei occhi hanno visto scene che non si possono immaginare, che non si possono dimenticare.

Samuel Modiano

 

 Caro Sami Modiano, non voglio ricordare tutte le sofferenze e le umiliazioni che hai subito nel periodo del tuo internamento ad Auschwitz. Ormai conosciamo tutti bene ciò che è accaduto in quegli anni, e sappiamo del chiudersi nel silenzio di coloro che sopravvissero, anni e anni cercando di dimenticare, pensando di poter cancellare l’orrore. E sappiamo del timore di non essere creduti, ma c’era soprattutto la voglia di riprendere in mano la propria vita, continuare a vivere. Tante sono state le testimonianze in tal senso.

Anche per te è stato così, prima a Ostia, dove tu e i tuoi amici originari di Rodi e come te sopravvissuti, gli  “spagnoli” vi chiamavano, eravate benvoluti e rispettati. Divertentissimo l’ episodio della contrattazione a Campo de’ Fiori con l’amico Giuseppe Conè che cerca di italianizzare il suo ladino. Poi in Congo belga dove hai costruito il tuo benessere e sposato Selma prima di essere nuovamente spogliato dei tuoi beni e cacciato, ancora a Rodi e infine di nuovo a Ostia

Fino ai primi anni del 2000, il mio rapporto con Auschwitz-Birkenau è stato di silenzio totale. Non riuscivo a parlarne neanche con Selma.

Solo con Piero Terracina riuscivi ad aprirti ché con lui eri cresciuto in quell’ inferno. Ed è stato Piero Terracina a convincerti a tornare ad Auschwitz, la prova più dura.

Il giorno prima della partenza ero andato al Vittoriano con l’allora sindaco di Roma Veltroni per conoscere gli studenti che avrebbero preso parte al viaggio. Mi chiesero se volevo parlare di fronte a loro, ma dissi che non me la sentivo. Avevo una gran paura che non mi credessero, che considerassero i miei ricordi delle storielle studiate a posta per impressionarli e ingigantite per il puro gusto di fare colpo.

La stessa cosa mi era successa appena liberato. Avevo smesso di parlare dopo che i primi a cui avevo raccontato la mia storia mi avevano preso per matto. Per me rivivere quegli orrori e non essere creduto era una doppia sofferenza.

Quel giorno ad Auschwitz stavo male. Avrei dovuto raccontare ai ragazzi quello che i miei occhi avevano visto su quella Rampa e avevo paura di non essere capito. Un po’ alla volta però, man mano che raccontavo la mia discesa su quella stessa Rampa oltre sessant’ anni prima, vidi il mio pubblico farsi sempre più attento, silenzioso, interessato.

Tornato in albergo, sentivo ancora il bisogno di parlare. Dopo anni di silenzio , ero divorato dall’ istinto di buttar fuori tutto quello che avevo tenuto dentro. Continuai a raccontare la mia esperienza, parlai di cose che credevo di aver sepolto in un angolo irraggiungibile della mia memoria.

Avevi finalmente compreso perché eri sopravvissuto, per testimoniare in nome di tutti quelli che non ce l’ avevano fatta.

Questi ultimi anni sono stati i più belli della mia vita.

++++++++++

Sami Modiano, Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili.

3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni su Velia Loresi

I love Israel
Questa voce è stata pubblicata in SAMI MODIANO, Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili. Contrassegna il permalink.