Un modo di resistere al terrore

 Impossibile non rileggere quest’ultima parte nel capitolo ” Dalla microstoria alla storia” del libro di Anna Foa. 

La storia della casa di via del Portico d’Ottavia 13 sotto l’occupazione può essere meglio definita come una microstoria. Ho infatti cercato di illuminare, lasciando solo quelle zone d’ombra che non sono riuscita a penetrare, una realtà limitata fatta di persone e di cose, di quotidianità e di angosce, di fughe e di imprudenze, di paure e di coraggio.

Dentro queste piccole storie, che si sono però svolte in un microcosmo complesso, è ancora più difficile che per la grande storia riconoscere e tracciare i confini dei moventi e delle emozioni.

È, ad esempio, coraggio o incoscienza quello che induce Giulia Sciunnach, dopo aver dato alla luce clandestinamente una bimba nelle cantine della Casa, a portarla neonata a Regina Coeli a conoscere la nonna imprigionata là come ebrea in attesa della deportazione?

E mi sovviene allora di essere stata portata dai miei genitori, ad appena un mese di età, nella Torino del gennaio 1945, a conoscere la mia bisnonna Emilia, che non era in prigione ma a letto moribonda, e che già i nazisti avevano ricercato per deportarla.

Era, credo, da parte di chi si arrischiava a portare un neonato in una prigione o in una casa che poteva essere sorvegliata dai nazisti, anche un modo di resistere al terrore privilegiando la vita quotidiana e i suoi affetti.

Quanto a me, so che da adulta il fatto di aver potuto incontrare la mia bisnonna mi ha riempita di orgoglio.

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Anna Foa, Portico d’Ottavia 13. Una casa nel lungo inverno del ’43

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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