Non basterebbe lo spazio di un lenzuolo

Anna Foa, docente di Storia moderna all’università La Sapienza a Roma, ha ‘incontrato’ la Casa per la prima volta nel 1962, quando era ancora studentessa di liceo. Era il tempo delle zuffe tra comunisti e quei missini che andavano a gettare pietre contro gli ebrei. Anna era nel quartiere ebraico con altri giovani mandati a ‘difendere’ il ghetto.

Più avanti rimase colpita dal fascino di quel palazzo mentre con una troupe della Rai cercava un’inquadratura per un documentario. Molti anni dopo, nel 2000, andrà ad abitare in via Portico d’Ottavia, in quella Casa che la spingerà a ricercare le storie di coloro che vi avevano abitato.

E Anna Foa deciderà di far rivivere nella memoria quelle donne e quegli uomini che nell’ottobre del ’43 scesero dalle scale della Casa e uscirono in strada, e degli altri che, costretti dalla follia nazista, uscirono dalle abitazioni nelle vie vicine, via Arenula, via di Sant’ Angelo in Pescheria, via del Tempio, via di Santa Maria del Pianto…

 “Recentemente una pietra d’inciampo, un sampietrino d’ottone di quelli che segnalano sulla soglia di una casa la deportazione di uno o più dei suoi abitanti, è stata collocata di fronte al portone.

Ricorda solo uno di quei deportati, una donna incinta di nove mesi portata via il 16 ottobre 1943.

Per mettervi una pietra per ognuno dei suoi abitanti mandati a morire non basterebbe lo spazio di un lenzuolo.

Che questo libro sia per voi come quel lenzuolo.”

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Anna Foa, Portico d’Ottavia 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno del ’43

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