Ne bastano due

 “Tel Aviv” di Elena Loewenthal è ricco di risonanze che arrivano direttamente al cuore, come quando vi si parla del pane, del cioccolato, del mercato del Karmel, dei chioschi, del quartiere di Neve Tsedek, della lingua ebraica, antica e senza molti ornamenti.

Carmel Market

 “A proposito di parole. L’ ebraico è una lingua secca, a volte arida come il deserto dov’ è presumibilmente nata. Soprattutto, è una lingua così antica da potersi permettere di essere primitiva.

Non sgarbata, certo che no. Piuttosto, senza fronzoli. L’ebraico bada all’ essenziale, non ama affatto i giri di parole.

Questo non significa che sia approssimativa. Anzi. Ha quel puntiglio tipico dei vecchi. È quasi pedante, di tanto in tanto, nell’ esigere un significato preciso, inequivocabile. Così, pur essendo la lingua in cui è stata scritta la Bibbia (dove tutto questo non c’è), è fra le poche a saper riconoscere una differenza fondamentale. Senza troppe parole: ne bastano due.

Per dire “cinema”, visto che nella Bibbia non c’era, s’ inventò una parola composta ed eloquente: reinoa’, che significa “visione mobile”. Il concetto di “mobile” c’è anche nella parola “cinema”, a ben guardare. Il reinoa’, peraltro, è cosa diversa dal qolnoa’, che significa “voce mobile”, perché un conto è vedere un film muto, un conto è vederne e sentirne uno parlato.

E così l’ ebraico sancisce le due esperienze diverse con due parole appropriate. Non so quante altre lingue si siano prese la briga di inventare tale distinzione.”

Nella prima pagina, l’autrice riporta  i versi di Jean-Marie Gustave Le Clézio, che io da studentessa leggevo quando lui, giovane scrittore, bellissimo nelle illustrazioni, aveva da poco vinto il premio Renaudot.

Une simple paroi fine comme un miroir sépare

Le monde d’aujourd’hui et le monde d’hier. 

Tel Aviv, Museo d’ Arte

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Elena Loewenthal, Tel Aviv. La città che non vuole invecchiare

Informazioni su Velia Loresi

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