Attraversano il cielo della città

Leggo e rileggo questo libretto di Elena Loewenthal e ogni volta riscopro la bellezza di una prosa raffinatissima, sempre sobria, chiara, senza sbavature, capace di raccontare Tel Aviv con la delicatezza di un’innamorata e la precisione di un pittore.

 

L’ affetto della scrittrice per la città traspare in tutte le pagine, sia che descriva gli alberi:

 “E tanti altri alberi che rilasciano nell’aria il loro profumo, magari impercettibile ai sensi ma ben chiaro al cuore, ai ricordi, alla nostalgia per quel che non hai mai visto né sentito. Ecco, non è tutto. Il mio è quasi un fanatismo, per il passato.

E vorrei stare lì delle ore, ad ascoltarlo nello stormire delle foglie, nel loro silenzio quando l’aria è ferma. Nei sentori anche delle fioriture inodori, nella consistenza delle foglie, nel sollievo che l’ombra procura da queste parti.

In Europa, nell’ Europa continentale, non si ha affatto l’idea di cosa sia l’ombra di un albero, da queste parti: un universo differente da quello dove batte il sole.”

 il mare:

“Il mare di Tel Aviv mi parla. Disegna l’orizzonte del tempo e dello spazio. È l’altra faccia della città di sabbia. Il sole tramonta in un angolo, lasciando intatta la linea di frontiera fra cielo e acqua.

Nelle giornate più torbide, vuoi per il caldo vuoi per le fitte di umidità, quella frontiera si dissipa e non distingui più un elemento dall’altro. Tutto è cielo o abisso, a seconda di come l’immagini.

Il mare di Tel Aviv punta a nord, nord-est, e per questo il sole casca in un angolo dell’orizzonte. È un mare selvaggio anche quando incontra la battigia, sempre inquieto. Onde scomposte e irregolari. Solo al tramonto tace brevemente come per salutare la luce”

 gli odori della città:

 “Tel Aviv è piena di odori, sapori, cose da sentire e da imparare a riconoscere. È una città sfacciata in questo suo trasudare umori sulla strada. Sarà anche colpa, o merito, del clima, dell’aria appesantita dal caldo d’estate e assorbente come una spugna d’inverno. Sarà anche perché, come tutte le città mediorientali e a dispetto della sua patina di occidentalità -anzi di originalità con richiami all’ Occidente- resta una città di qui, dove si vive fuori per molta parte dell’anno e anche i profumi, i sapori, i ricordi amano uscire all’ aperto invece che restare chiusi in sala, in cucina.”

Ma come dimenticare le nuvole di Tel Aviv?

“Le nuvole di qui sono qualcosa di molto diverso da quelle a cui l’Europa mi ha abituata. Strane, anche. Paiono sempre gonfie di una materia solida e pesante, che nulla ha a che vedere con la pioggia. Sono dense e piene e minacciose. Il più delle volte, purtroppo, risultano vuote e innocue. Passano nel cielo, lo popolano concitatamente e poi se ne vanno chissà dove, come spinte da una precipitazione affannosa. 

Le vedi che si profilano all’ orizzonte del mare, soffici e rotonde. Man mano che si avvicinano alla riva, diventano più cupe e metalliche.

Attraversano il cielo della città, accarezzano le torri, proseguono verso oriente, come se Gerusalemme fosse un magnete irresistibile. Si perderanno prima di arrivare al deserto, questo è poco ma sicuro.”

Elena Loewenthal, direttrice del Circolo dei Lettori di Torino

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Elena Loewenthal, Tel Aviv. La città che non vuole invecchiare

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