Il passato non bisogna nasconderlo né dimenticarlo

I lavori di ristrutturazione della goletta “Giovanni Maria” permetteranno di imbarcare un gran numero di persone che, alla fine della seconda guerra mondiale, desiderano stabilirsi in Eretz Israel.

Vengono installati due motori  di carrarmato da 250 cavalli, residuati di guerra, e viene innalzata al centro del ponte di coperta una grande cabina lunga 25 metri. A prua vengono sistemate due nuove cucine per i passeggeri e viene ricavata una cambusa destinata a contenere le casse dell’acqua.

La stiva, che aveva sempre contenuto pesce salato e barilotti di vino, viene divisa in tre piani sovrapposti sui quali si sistemano i letti a castello. Ogni rete può ospitare 5 persone con tutti i bagagli, si ricavano in questo modo altri 990 posti letto. A poppa viene allestita una saletta radio; non c’è più posto per i mezzi di salvataggio se non per numerosi salvagente, non molto sicuri, tra l’altro. Infine, vengono trasportate a bordo provviste per un  numero ragguardevole di persone.

Il 2 settembre del 1947 la goletta salpa diretta a La Ciotat, presso Tolone: durante la notte, salgono a bordo 1300 persone, provenienti da vari paesi d’Europa e che si aggiungono ai membri dell’equipaggio e agli otto uomini dell’Haganà.

Tra i passeggeri, Giacometti ricorda, oltre al piccolo Raphael, la figura un medico sopravvissuto al campo di sterminio di Dachau. 

La Ciotat

Ogni tanto il dottore, che era di origine rumena e parlava abbastanza bene l’italiano, veniva sul ponte a respirare una boccata d’aria fresca per rilassarsi un po’ e qualche volta si fermava con noi a fare due chiacchiere. Così una mattina Paolino gli domandò a bruciapelo: “Dottore, mi tolga una curiosità, cos’ è quel numero che parecchi passeggeri hanno tatuato sul braccio?”.

Il dottore dapprima sembrò sorpreso dalla domanda e anche un po’ dispiaciuto, come se non ne volesse parlare, poi alzò le spalle e sospirando, con un gesto di rassegnazione, rispose:

“Non mi piace molto parlare di queste cose, ma forse è bene che si sappiano, che tutto sia portato alla luce, con la speranza che i colpevoli paghino,  un giorno. I nazisti marchiavano con un numero sul braccio tutti gli internati nei campi, che da quel momento non avevano neppure più un nome, né un’identità, ma divenivano solo un numero, costretti a lavorare e a vivere in condizioni disumane, fino alla morte. Gli inabili al lavoro e i bambini venivano eliminati subito nelle camere a gas, mentre le ragazze più giovani e carine erano spesso costrette a prostituirsi con i militari”.

Quelle parole ci lasciarono ammutoliti e non avemmo il coraggio di chiedere altro. Anche se qualche notizia sui lager già circolava, non si conoscevano ancora tutti i particolari di quella immane tragedia.

Paolino, poi, era doppiamente mortificato, sia per aver fatto quella domanda, sia perché era venuto a sapere una verità che forse avrebbe preferito ignorare.

Il dottore, accorgendosi con la sua innata sensibilità dell’effetto che le sue parole gli avevano fatto, cercò di consolarlo. “Sono tempi duri, questi. Benché la guerra, grazie al cielo, sia ormai finita, ci sono ancora tante ferite aperte da curare e una nazione da ricostruire.  Voi, con il vostro lavoro, anche se forse non ve ne rendete conto, ci state dando una mano. Si deve andare avanti, nonostante il passato,  e c’è tanto da fare. Ma il passato non bisogna nasconderlo, né dimenticarlo. Credo siano ancora tanti i crimini e gli orrori che non conosciamo e che prima o poi salteranno fuori.  Dovremo proclamarli al mondo, perché i colpevoli vengano puniti, ma soprattutto perché noi ebrei e anche gli altri popoli, apriamo bene gli occhi di fronte alla realtà e non si tollerino più simili barbarie. Io ho perso mia moglie, morta di dolore e di stenti a Dachau, mio figlio è stato fucilato e io invece sono sopravvissuto”.

Il ponte brulicava di gente, come sempre, ma questo discorso, pronunciato quasi sottovoce, potevamo udirlo solo io e Paolino: il dottore sussurrava parole pesanti come macigni con il sorriso sulla bocca, come se stesse parlando del più e del meno, e ogni tanto volgeva lo sguardo alla distesa del mare lievemente increspato o verso il sole tiepido di quella bella mattina.

++++++++

Mario Giacometti-Daniela Giacometti, Rotta per la Palestina. Un marinaio italiano nell’Aliàh Bet.

 

 

Informazioni su Velia Loresi

I love Israel
Questa voce è stata pubblicata in MARIO GIACOMETTI-DANIELA GIACOMETTI, In rotta per la Palestina. Un marinaio italiano nell'Aliàh Bet". Contrassegna il permalink.