Aveva di sicuro lasciato tracce evidenti

Giugno 1947. Mario Giacometti, marinaio di 19 anni, lavora sulla goletta ‘Giovanni Maria’, nel porto di Le Grazie a La Spezia.

La nave, acquistata da una nuova società armatrice, dovrà essere ristrutturata per poter ospitare fino a 1300 persone più l’equipaggio e gli uomini dell’Haganà e, quindi, essere utilizzata per una missione segreta.

La Spezia, Porto Le Grazie

L’Haganà, (‘La Difesa’ , organizzazione paramilitare ebraica) sta, infatti, segretamente cercando di far arrivare in Eretz Israel sia i sopravvissuti alla Shoà sia tutti gli altri ebrei che vogliano trasferirsi in quella terra.

L’Inghilterra cerca in tutti i modi di bloccare questa immigrazione a causa del malcontento dei paesi arabi ma deve scontrarsi con un’accanita resistenza ebraica.

In questo brano, una possibile risposta a un mio interrogativo, una spiegazione che ho cercato anche in altre testimonianze: perché così poco in quegli anni si parlava delle terribili esperienze vissute?

Anche se all’ epoca non c’era ancora un’esatta cognizione dei crimini nazisti e soltanto negli anni successivi la stampa e i filmati avrebbero cominciato a diffondere informazioni più complete, le notizie provenienti dai lager scoperti dagli Alleati erano raccapriccianti.

Avevo una forte curiosità di saperne di più, avrei desiderato interrogare qualcuno, farmi raccontare, ma non lo feci mai. Mi trattenne sempre una sorta di pudore , o forse di rispetto: alla fine capii che non avevo il diritto di andare a scavare nelle ferite ancora aperte che si leggevano nello sguardo ( e a volte anche sui corpi) di quelle persone.

Quel dolore aveva di sicuro lasciato tracce evidenti, perfino agli occhi di un giovane inesperto della vita quale ero io allora e, soprattutto quando mi accadeva di incrociare lo sguardo dei bambini, sentivo un disagio profondo; non potevo non chiedermi che cosa avessero visto per diventare grandi così in fretta.

Paolino mi dava del sentimentale, ma io sapevo che in fondo anche lui si poneva le mie stesse domande e aveva i miei stessi sentimenti, solo che gli piaceva fare il duro.

C’era un bambino di sette-otto anni, con i capelli chiari e ricciuti e gli occhi intelligenti e vivaci, che spesso saliva in coperta da solo, forse sfuggendo alla sorveglianza di qualcuno, e si metteva in un angolo a guardare tutto quello che facevamo.

Una mattina, mentre ero su in coperta a lavorare, lo chiamai e gli diedi una galletta; lui mi ringraziò con un sorriso e si fermò lì da me. Alle mie domande, fatte più di gesti che di parole, rispose dicendo che proveniva dal Belgio e si chiamava Raphael, viaggiava con sua madre e sua sorella, mentre il padre era morto (non volli chiedergli come) e a ogni modo era fortunato, poiché, a differenza di tanti altri bambini a bordo, aveva ancora la sua famiglia.

Diventammo amici. Raphael aveva bisogno di compagnia e anche di trovare qualcosa da fare perché si annoiava, allora gli misi in mano una ramazza e gli insegnai a pulire il ponte; da quel momento veniva spesso a cercarmi e io lo vedevo sempre con piacere perché era ubbidiente e volenteroso.

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Mario Giacometti, Daniela Giacometti: Rotta per la Palestina. Un marinaio italiano nell’Aliàh Bet.

Informazioni su Velia Loresi

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