Anche lui levava in alto il braccio (Jegor)

 Una tensione indefinita, un misto di attesa, esaltazione e paura invase la capitale quando gli uomini in stivali s’  impadronirono delle strade e delle piazze.  Erano ovunque, e in gran numero. Sfilavano in parata, sfrecciavano a tutta velocità in automobile o in motocicletta, brandivano torce accese, cantavano in coro e marciavano, marciavano, marciavano.

Il risuonare dei loro passi risvegliava il sangue. Non si sapeva bene che cosa i nuovi padroni avrebbero portato, ma tutti erano tesi, tesi ed elettrizzati. C’era una sensazione di anarchia, qualcosa di diverso dal solito, di festivo, di inquietante e di frenetico, come in un gioco infantile.

Per strada si sentono fanfare parate, saluti militari.

Più fragoroso che in qualunque altro luogo, il martellare degli stivali echeggiava nella zona occidentale di Berlino, sul Kurfürstendamm, sulla Tauentzienstrasse, in tutto il quartiere dove vivevano e lavoravano i grandi commercianti, i professori, i direttori di teatro, gli avvocati, i medici e i banchieri dai capelli e gli occhi scuri. “Wenn das Judenblut vom Messer spritzt, dann geht’s noch mal so gut, so gut” (Quando il sangue ebraico zampilla dal coltello, allora tutto va di nuovo così bene, così bene).
Le grida della folla che marciava erano udite da giornalisti e intellettuali. Tuttavia il frastuono non era tale da intimorirli, e provavano solo un certo disagio.

Rudolf Moser, editore nel quartiere ovest di Berlino, accoglieva nel suo salotto, il sabato sera, poeti, attori, corrispondenti di giornali esteri. Non aveva paura: era di origine ebraica ma si era convertito e aveva una moglie cristiana.

Banchieri e grossi commercianti erano tedeschi, ben radicati nel paese, i più giovani avevano combattuto.

La famiglia del dottor Spayer, rabbino della nuova sinagoga, viveva in Germania da generazioni.

Anche Georg Karnowski sentiva di non aver nulla da temere, sua moglie era cristiana e lui era divenuto un affermato medico.

Persino David Karnowski non pensava di poter essere cacciato dal paese. Colpevoli di tutto erano gli stranieri giunti dopo la guerra, ebrei alla vecchia maniera, estranei alla città.

Nel quartiere dello Scheunenviertel, reb Vishnik era  convinto che gli austriaci, detti anche galiziani, non avevano nulla da temere avendo combattuto assieme ai tedeschi.

Scheunenviertel, (quartiere dei granai) 

Se c’era qualcuno  che suscitava irritazione erano  sicuramente i russi che ora popolavano il quartiere. Ma anche tra i russi si facevano delle distinzioni: c’era chi era in possesso dei documenti e chi no. Questi ultimi si consolavano pensando che gli ebrei sono comunque sempre sopravvissuti.

Solomon Burak continuava i suoi affari con successo. Il suo concorrente, Ludwig Kadish, non potendo esibire la croce cristiana, metteva in evidenza la Croce di ferro guadagnata sul campo di battaglia: gli ebrei di religione mosaica avevano sempre convissuto pacificamente con i vicini cristiani.

Gonfiava il petto con orgoglio perché si notasse bene l’ onorificenza. Poi aveva appeso in vetrina la sua divisa da soldato, per dimostrare ai clienti che se qualcuno aveva pugnalato l’ esercito alla schiena  non era certo lui.

L’eccitazione di quei giorni aveva contagiato il giovane Jegor Karnowski che marciava come tutti, lui, un tedesco Holbek.

Alto per la sua età, esile, gli occhi azzurri pieni di stupore ed esaltazione, Jegor marciava insieme alla città in delirio. La musica gli faceva ribollire il sangue, il battere ritmato degli stivali gli risuonava nel cervello. Un’ agitazione irrefrenabile sollecitava le sue giovani gambe magre. Volevano unirsi al movimento, andare da qualche parte con gli altri, senza scopo, senza fine, volevano solo marciare in cadenza, marciare, marciare. Come tutti, nella folla, anche lui levava in alto il braccio ogni volta che un nuova compagnia attraversava la strada. Come tutti, acclamava, gridava e salutava.

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 Israel Joshua Singer, La famiglia Karnowski  

 

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