Aleggiava una sorta di timore dissimulato (Georg)

David Karnowski impone due nomi al suo primo figlio: Moyshele, nome ebraico per ricordare Mendelssohn, e Georg, nome tedesco da usare abitualmente. Insegna al figlio ad essere ebreo in casa e tedesco tra gli altri tedeschi.

Crescendo, Georg si distingue dagli altri bambini con i quali gioca per suoi i capelli neri e la carnagione olivastra. Dimostra un carattere deciso, testardo, impetuoso e viene alle mani quando qualche compagno lo chiama ebreo.

A scuola, Georg detesta sia le materie ebraiche (lingua, Bibbia, storia del popolo) sia  quelle secolari. Nonostante la sua intelligenza notevole, studia molto svogliatamente suscitando l’irritazione del padre.

All’ università, si iscrive dapprima a Filosofia ma, più che studiare, desidera rifarsi di tutti gli anni in cui ha subito la disciplina familiare e quella scolastica.

Non gli dicevano di no, le ragazze. Era alto, ben vestito, con capelli bruni e occhi neri, un’eccezione in mezzo ai coetanei biondi dal colorito chiaro. I suoi denti irregolari, di un biancore abbagliante, risplendevano dietro le labbra rosse e carnose. Le ragazze si piegavano in due dal ridere per le sue battute. Erano sbalordite nel vedere quanti soldi era disposto a spendere per loro. Ordinava birra, addirittura vino, e quando una fanciulla particolarmente golosa gli chiedeva esitante se poteva prendere una seconda porzione di torta di mele, non rifiutava.

Abituate alla parsimonia dei giovanotti biondi, andavano pazze per quel cavaliere generoso. Si accorgevano subito, sia dall’ aspetto sia dal comportamento, che non era tedesco. Per non offenderlo, fingevano di crederlo ungherese, italiano, spagnolo, tutto fuorché ebreo.

Georg si prendeva in giro da solo. “Sono il principe Karno della Persia marocchina, nell’ Oceano Indiano tra il Polo Nord e il Polo Sud, sul Tigri e l’Eufrate, lo sai dov’è, tesoro?”.

Loro non lo sapevano con esattezza, e si vergognavano di ammetterlo. In ogni caso erano al settimo cielo. I suoi scherzi le facevano morir dal ridere. Le sue mani brune e calde comunicavano vitalità e desiderio, quasi fossero attraversate da una corrente elettrica. Riscaldavano il sangue a quelle commesse così pallide e anemiche.

 I successi con le donne conferivano a Georg grande prestigio tra gli studenti più anziani, i quali lo volevano a tutte le loro baldorie. Ma così come all’ inizio si era infatuato di quelle riunioni, altrettanto velocemente Georg se ne disamorò. Perché, nonostante le canzoni salaci e i fiumi di birra che venivano scolati, in tutto ciò non c’era la minima gioia.

Tra le mura di quel locale per studenti aleggiava una sorta di timore dissimulato, la paura di lasciarsi sfuggire una parola sulle proprie origini, quasi fossero una tara. Non si fidavano neppure l’uno dell’ altro. Era come se avessero stipulato un patto di non pronunciare mai quel termine spiacevole.

Diffidavano soprattutto dei correligionari capelloni e malvestiti arrivati dalla Russia per studiare nella capitale. Non volevano aver nulla a che fare con quei “pezzenti” e quei “nichilisti” che con il loro ebraismo orientale riesumavano il giudaismo occidentale che loro, tedeschi di religione mosaica, si sforzavano tanto di nascondere.

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Israel Joshua Singer, La famiglia Karnowski

 

  

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