Una sorda angoscia invase le case

Nel 1964, dopo venti anni di assenza, Wiesel decide di tornare a Sighet, la città natale dalla quale, ragazzino timido e ingenuo, mentre Dio e il mondo tacevano, era partito un giorno della primavera del ’44.

Con grandissima commozione rivede le case e le strade conosciute, ma niente è più come prima. Cammina come fosse invisibile tra  gente indifferente, è uno straniero, un intruso, un indesiderabile. Dimenticato.

Si rende conto, dice, che è a Sighet che gli ebrei hanno perso la guerra.

  Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace nel 1986

Un tempo, in questo tipico shtetl, Israele era re. Nessuno metteva in discussione i suoi diritti. Non si poteva concepire Sighet senza i suoi diecimila ebrei che, pur essendo una minoranza, con la loro vitalità, e con la loro sfida, davano il tono in tutto e per tutto.

Il resto della popolazione, circa quindicimila persone, chiudevano gli occhi…

Negli anni trenta mio padre aveva rifiutato un visto americano dicendo: “Perché dovrei andare a cercare l’America in America, visto che è qui?”.

Agli inizi degli anni quaranta ci giunsero alcune voci su ciò che stava accadendo in Polonia; ma non suscitarono molta inquietudine. I rabbini dicevano: “Non ci succederà nulla, perché Dio ha bisogno di noi”. I commercianti dicevano: “Il paese ha bisogno di noi”. I medici dicevano: “La città ha bisogno di noi”. Tutti si credevano indispensabili, insostituibili.

Nel 1943 era ancora possibile procurarsi dei “certificati” per la Palestina: nessuno ne volle sapere. Sì, uno. Gli altri sorridevano: perché partire e ricominciare da zero? Qui si sta bene, la popolazione non ci è ostile, non potrebbe fare a meno di noi e lo sa.

In Polonia, in Ucraina, in Germania, terra e cielo bruciavano giorno e notte, non c’erano quasi più ebrei nell’ Europa occupata, ma per noi il mondo sembrava stabile.Il pericolo non era entrato nelle nostre coscienze né turbava i nostri sogni.

Nelle yeshivòt i ragazzi studiavano il Talmud; al cheder  i bambini studiavano la Bibbia; nelle botteghe si comprava, si vendeva, ci si contendevano i clienti, le merci.

In via degli ebrei, nelle ore calme, ci si riuniva in piccoli gruppi per discutere di affari, di politica, di finanza, di strategia e di chassidismo; e se qualcuno avesse osato proferire che si stava avvicinando il giorno in cui la città si sarebbe disfatta dei suoi ebrei come di un branco di appestati, gli avrebbero riso in faccia.

Due mesi prima del decreto che istituiva il ghetto, gli ebrei si sentivano ancora del tutto sicuri. La loro fede nel futuro sfiorava l’incoscienza. La guerra? Sopravviveremo. La morte? Sopravviveremo. I nemici? Sopravviveremo.

Un maestro spiegava al proprio allievo: “Sai cos’è l’ eternità di Dio? Siamo noi. Danzando sul rogo, sfidando la sofferenza, i castighi, l’uomo crea l’eternità del suo creatore, gliela offre e la giustifica”.

Poi, all’ inizio del 1944, arrivò l’occupazione tedesca, poco prima di Pasqua. Una sorda angoscia invase le case, gli sguardi. I volti si oscurarono.

Sighet

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Elie Wiesel, L’ebreo errante

 

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