Dio significa movimento e non spiegazione

Un brano piuttosto lungo quello che ho scelto per arricchire la mia collezione, tratto, anche questo, da “L’ebreo errante” di Elie Wiesel.

Ho preferito, comunque, non togliere nulla lasciandolo integro. Mi ha colpito la figura di quest’uomo misterioso di cui non si conoscono il nome o la provenienza, dall’aspetto di un barbone, dalla voce rauca e sgradevole ma dalla grandissima e profonda cultura, conoscitore di numerose lingue,  a suo agio in tutte le culture, personalità affascinante da cui Elie apprende l’esistenza del “dubbio attraverso i pensieri”.

L’attore Giorgio Albertazzi disse qualche anno fa in un’ intervista alla televisione: “La soluzione è una trappola. Bisogna ricercare sempre”. Cercare la verità, la strada.  Avevo un libro di scuola sotto gli occhi mentre ascoltavo l’intervista e mi appuntai quella frase: la trovavo molto giusta ogni volta che mi capitava  di rileggerla.  Non si arriva mai alla meta, e quando si pensa di essere giunti al traguardo è necessario ripartire, andare oltre, cercare ancora, perché la verità è sempre un poco più in là.

Anche l’ ebreo sconosciuto non smette di cercare, per lui l’uomo si definisce per ciò che lo inquieta e non per ciò che lo rassicura. “Dio significa movimento e non spiegazione”: è l’ insegnamento che lo sconosciuto errante lascia al giovane Elie.

Elie Wiesel

Il nostro primo incontro fu breve e tempestoso. Ebbe luogo in una piccola sinagoga, in rue Pavé, dove andavo spesso il venerdì sera ad assistere alla funzione nel corso della quale si accoglie il regno dello Shabbàt.

Dopo la preghiera, i fedeli circondarono un vecchio dal fisico ripugnante che, con grandi gesti, si mise a spiegar loro la parashà –il passo biblico- della settimana. La voce era rauca, sgradevole. Parlava rapidamente, le frasi si accavallavano, lo si seguiva difficilmente e lui lo faceva apposta: confondere il suo pubblico lo divertiva. Si capiva ogni parola, ogni idea, e tuttavia si aveva l’impressione di sbagliarsi, che il vecchio si burlasse di coloro che pretendessero di capire. Ma non si riusciva a resistere: lasciarsi afferrare diventava un piacere, malsano, dell’intelligenza.

Improvvisamente, a metà di una frase, mi intravide. Si interruppe:

-Chi sei?

Gli dissi il mio nome.

-Straniero?

-Sì.

-Profugo?

-Sì.

-Da dove?

-Oh, -dissi- da lontano, da laggiù.

-Osservante?

Non risposi. Lui ripeté:

-Osservante?

Io continuai a non rispondere. Lui fece:

-Ah, capisco.

E proseguì l’ interrogatorio senza preoccuparsi del mio imbarazzo:

-Studente?

-Sì.

-Di che cosa?

-Mi piacerebbe studiare filosofia.

-Perché?

Non risposi . Ma lui insisté:

-Perché?

-Cerco.

-Cosa cerchi?

Stavo per correggerlo: “chi” e non “cosa”, ma lasciai perdere e risposi:

-Non so ancora.

Lui non ne rimase convinto:

-Cosa cerchi?

-Una risposta.

La sua voce si fece tagliente:

-Una risposta a che cosa?

Stavo per correggerlo: “a chi” e non “a che cosa”, ma cercavo la strada più semplice:

-Alle mie domande.

Emise una risatina stizzosa:

-Ma ne hai di domande?

-Sì, ne ho.

Allungò la mano:

-Dammele, te le renderò.

Confuso, lo guardai senza capire.

-Sì –disse- te le renderò risolte.

-Come! –esclamai.- Voi possedete le risposte alle domande? E lo dichiarate pubblicamente?

-Certamente- disse. – E se ne vuoi la prova, te la fornirò seduta stante.

Tacqui per un secondo e poi dissi:

-No, in questo caso preferisco credervi sulla parola.

-Questo non mi piace –replicò innervosendosi.

-Non ci posso far niente –dissi arrossendo. –Ma se voi potete rispondere alle mie domande, allora non ne ho più.

Il vecchio  –settant’ anni? di più? –mi fissò per un lungo momento, come pure i fedeli. Improvvisamente ebbi paura; mi sentivo minacciato. Dove nascondermi?

Il vecchio piegò in avanti la sua pesante testa.

-Fammi lo stesso una domanda –disse con tono conciliante.

-Ve l’ ho detto: non ne ho più.

-Ma sì. Una sola. Una qualunque. Vedrai, non te ne pentirai. Non hai nulla da temere.

Io non ero così convinto. Al contrario, avevo tutto da temere. La prima sottomissione ne avrebbe portata un’altra. Non sarebbe più finita.

-Allora? –disse il vecchio, amichevolmente. –Una sola domanda…

La mia ostinazione gli fece corrugare la fronte; un nero bagliore gli attraversò lo sguardo:

-È pura stupidità, ragazzo mio. Ti offro una scorciatoia e tu la rifiuti: sei sicuro di averne il diritto? Chi ti dice che la tua venuta in Francia avesse uno scopo diverso da quello d’incontrarmi?

Il cuore mi batteva forte, mentre stringevo le labbra. Ascoltavo la voce interiore che mi metteva in guardia; mi trovavo a un crocevia, bisognava  fare attenzione, aprire gli occhi, mantenere il silenzio, evitare di avventurarsi su un sentiero che non sarebbe stato il mio.

-Allora? Scegli la testardaggine? Hai perso la lingua? La memoria? O ti credi abbastanza forte da disubbidirmi?

Stava perdendo la pazienza. La mia paura aumentava, soffocavo. Da bambino vedevo in ogni straniero un messaggero: non dipendeva che da me ricevere la sua promessa o la sua maledizione. I miei maestri mi avevano insegnato di non fidarmi mai delle apparenze, di subire mille umiliazioni piuttosto che infliggerne una sola. Secondo il Talmud, umiliare qualcuno in pubblico equivale a versare il suo sangue. Rifiutarsi di entrare nel gioco del vecchio significava colpirlo nel suo onore.

-Ti decidi? –mi domandò con l’ occhio cattivo. Aprirai finalmente la bocca?

Con difficoltà, prudentemente, per farla finita, riuscii a interrogarlo su un passo qualunque della Bibbia. Domanda troppo facile per i suoi gusti. Ne pretese un’ altra. Ancora troppo facile. Un’altra. Con la faccia congestionata mi spinse a continuare:

-Mi prendi in giro? Su, lanciati, corri fino in fondo, fino all’ oscurità e riportami ciò che ti sfugge, ciò che ti sconcerta.

Al decimo o dodicesimo tentativo si dichiarò più o meno soddisfatto. Chiuse gli occhi e si lanciò in una spiegazione la cui acutezza e il cui rigore mi sbalordirono. Già gli appartenevo, già gli affidavo la mia volontà. Lui parlava e io non potevo che ammirare l’ ampiezza delle sue conoscenze, la ricchezza del suo pensiero. Le sue parole abolivano le distanze, gli ostacoli; non c’era più inizio né fine, non c’era che la sua voce rauca e sgradevole di un uomo che spiegava al Creatore i misteri e le sconfitte della sua creazione.

-È bello- gli dissi quando ebbe finito.

Ero emozionato e avrei voluto stringergli la mano. E dirgli: “Voi mi turbate, io vi seguirò”. Ma improvvisamente cambiò espressione e io non osai muovermi. Il suo volto gonfio si fece di porpora, indignato. Si avvicinò, mi afferrò per le spalle, mi scosse violentemente e si mise a urlare con disprezzo:

-È questo tutto ciò che trovi da dire? Che è bello? Imbecille, della bellezza me ne infischio. Non è che apparenza, scena: le parole svaniscono nella notte senza arricchirla. Quand’ è che capirai che una bella risposta non è nulla? Nient’altro che un’illusione. L’uomo si definisce per ciò che lo inquieta e non per ciò che lo rassicura. Quand’ è che capirai che vivevi e cercavi nell’ errore, perché Dio significa movimento e non spiegazione?

Dopodiché si interruppe e uscì precipitosamente lasciando dietro di sé la sua pesante e misteriosa collera.

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Elie Wiesel, L’ebreo errante

 

 

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