L’anniversario della morte di mio padre

Elie Wiesel, oggi ottantaquattrenne, afferma che saprebbe bene come comportarsi in occasione dell’anniversario della morte del padre se questi fosse stato un ebreo osservante: gli basterebbe seguire le leggi e le consuetudini ebraiche e saprebbe di fare la cosa giusta.

Nelle prime pagine del libro “L’ ebreo errante” Wiesel descrive la figura del padre: un uomo religioso, osservante ma non fanatico. Un uomo che amava i semplici piaceri della vita di tutti i giorni ed era curioso e tollerante.

Perché, si chiede lo scrittore, è stato privato della sua morte, lì, disteso su un tavolaccio a Buchenwald?

È giusto lasciarsi alle spalle gli avvenimenti del passato, guardare al futuro, cercare soluzioni per i problemi che certamente non mancano. La Shoà appartiene al passato, non si ripeterà mai più.

La mia attenzione tuttavia è sempre rivolta a libri di memorie dove sono ricordate le sofferenze di uomini e donne che videro la loro vita sconvolta, distrutta da un’ideologia mostruosa. Voglio conservare dentro di me, ricordare nel silenzio loro che non hanno più la parola se non attraverso noi che siamo vivi.  Il mio silenzio doloroso deve diventare un grido di ribellione.

Buchenwald, 16 aprile 1945

L’anniversario della morte di un certo Shlomo ben Nissel cade il diciottesimo giorno del mese di Shevat. Era mio padre, il giorno è domani e, come ogni anno, non so come pormi di fronte a questo avvenimento.

Eppure nello Shulchan Arukh, il grande libro di precetti di Rabbì Joseph Caro, lo straordinario legislatore-visionario del sedicesimo secolo, ci sono regole precise e rigorose su quest’argomento.

Potrei e dovrei semplicemente conformarmi ad esse. Ubbidire alla tradizione. Seguirne le orme. Fare ciò che in un giorno come questo fanno tutti: recarmi per tre volte alla sinagoga, celebrare la funzione, studiare un capitolo della Mishnà, recitare il Kaddìsh dell’orfano e, in presenza della comunità vivente di Israele, proclamare la santità e la grandezza del Signore, perché le sue vie sono tortuose ma giuste, la sua grazia dura da sopportare ma indispensabile, sia sulla terra che in cielo, oggi e sempre. Che sia fatta la sua volontà, e così sia. 

Questo è indubbiamente ciò che farei se mio padre fosse morto di vecchiaia, di malattia o anche di disperazione.

Ma le cose non stanno così. Neppure la sua morte gli appartiene. Non so a quale causa attribuirla, in quale libro iscriverla. Non c’è nessun legame fra essa e l’esistenza che ha condotto. La sua morte, perduta fra tutte le altre, non ebbe nulla a che fare con la persona che egli era stato. Con altrettanta facilità avrebbe potuto semplicemente sfiorarlo e risparmiarlo. Lo ha colto inavvertitamente, distrattamente. Per sbaglio. Senza sapere che si trattava di lui. È stato derubato della sua morte.

Disteso su un tavolaccio, in mezzo a una moltitudine di cadaveri coperti di sangue, gli occhi sbarrati dalla paura, una maschera di sofferenza sopra la maschera barbuta e sconvolta del suo volto, così mio padre esalò l’anima a Buchenwald. Un’anima inutile in quel luogo, e che egli sembrava aver voluto rimandare al cielo. Ma non la restituì al Dio dei suoi padri, ma piuttosto all’ impostore, crudele e insaziabile, al Dio nemico. Gli avevano ucciso il suo Dio, glielo avevano cambiato.

Come potrei quindi entrare domani nel tempio e immergermi nella sacra ripetizione del rituale senza mentire a me stesso, senza mentire a lui? Come potrei agire o pensare come tutti gli altri, pretendere che la morte di mio padre abbia un senso che esiga dolore o indignazione?

Forse, dopo tutto, dovrei correre alla sinagoga, lodare il Dio dei bambini morti, se non altro per provocarlo con la mia sottomissione?

Domani è l’anniversario della morte di mio padre, e io cerco una nuova legge che mi prescriva quali voti fare e quali non fare più; quali parole dire e quali non dire più.

 

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Elie Wiesel, L’ebreo errante (titolo originale “Le chant des morts”)

 

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