I versetti si librano, palpitano intorno a lui

Non scelgo mai un libro a caso ma sempre seguendo quelle che sono le mie passioni, e di solito, non sbaglio. Ma per sapere se mi innamorerò veramente di quel libro, mi basta leggere la prima pagina, e provo subito quel feeling straordinario che mi fa dire: ecco, è questo che volevo leggere, corrisponde perfettamente alle mie aspettative, anzi va al di là. E’ un momento meraviglioso, come quando sta per nascere un amore ma non è ancora nato, quell’ attimo magico un attimo prima della consapevolezza. Ecco, è così, un inizio di innamoramento, ma che poi continuerà sino alla fine del libro, e durerà per sempre.

Più o meno è ciò che mi è accaduto con questo libro, ”Come fiamma che brucia” di Bella Chagall. Nelle sue pagine si avverte la pienezza della serenità in chi è convinto di stare facendo le cose che ritiene giuste, buone e si prova, leggendo, un senso di nostalgia profonda e dolcissima per qualcosa che forse abbiamo vissuto in un’esistenza lontana, precedente e che vorremmo ritrovare. Si vorrebbe stare lì, assieme a loro.

Nella casa di Bashenka, come viene chiamata affettuosamente la piccola Bella,  si comincia ad avvertire tutta l’agitazione e l’attesa del sabato già dalla mattina del giorno precedente, quando, a colazione, compaiono torte ripiene, biscotti, rustici farciti.

Chaja, la cuoca, prepara le challah, pagnotte a forma di treccia, e pulisce la carpa che sarà riempita di cipolle tritate e mollica di pane e verrà cotta nella padella di rame.

Sasha, la domestica tira a lucido ogni oggetto mentre i bambini più piccoli vanno ai bagni accompagnati dal loro precettore.

Disegno di Marc  Chagall

E poi le preghiere nella sinagoga.

Perché i miei fratelli tornano dalla sinagoga sempre così su di giri? Per farli andare bisogna costringerli: “È tardi! Andate alla sinagoga!”. Una volta tornati non fanno che scoppiare a ridere. Raccolgono storie che bastano per tutta la settimana.

Cos’ è che succede alla sinagoga? E papà, cosa fa lì tutto il tempo? Ogni volta è l’ultimo a tornare. Probabilmente gli ebrei che pregano a voce alta lo disturbano e lui comincia a recitare le “lodi del Signore” quando tutti si apprestano a rientrare a casa.

Persino il venerdì sera papà rimane fino a tardi alla sinagoga quando gli altri se ne sono andati. Tutto si calma. Solo qualche mosca ronza attorno alle lampade accese.

Papà al suo posto, rivolto verso oriente, si dondola a destra e a sinistra, come l’albero nel cortile che si vede dalla finestra.

A bassa voce, gli occhi chiusi, isolato dal resto del mondo, recita le sue preghiere. I versetti si librano, palpitano intorno a lui. Da lontano lo scaccino lo osserva: un ebreo piccolo e magro, più magro dei grossi volumi impilati sul tavolino accanto a lui.

Lo scaccino ha terminato da tempo le sue preghiere. Finisce per primo, in modo che la gente dabbene non debba aspettarlo. Seduto, muto come la parete, attende papà. Papà si dondola. Lo scaccino nel suo angolo pure. Papà sospira. L’altro pure. Quando sente i passi felpati di papà, si alza. Quando papà si stacca dalla parete, lo scaccino si separa dal suo banco, contento che papà abbia finito le “diciotto benedizioni” e che ci si riposi un po’.

”Buon Shabbat!”, risponde papà, ancora sognante e sputa nelle tre direzioni. Lo scaccino lo aiuta a indossare il cappotto.

“Reb Shmuel Noah –mormora,- nel cortile della sinagoga ci sono ancora due soldati, ragazzi di buona famiglia. Poveretti! Sono come degli esuli…”

“Cosa stai dicendo?” Papà si anima. “Svelto! Vai a dir loro che non se ne vadano, di grazia, che vengano con me. Un ragazzo ebreo, di Shabbat, senza cena. Mio Dio!”

“Buon Shabbat!”. Preoccupato di essere in ritardo, papà si affretta verso casa.

“Alta, ci sono qui due bravi rispettabili ragazzi di buona famiglia. Invitali a tavola”. Si rivolge a mamma, le indica i due soldati che, timidamente, sono rimasti in piedi sulla porta…

Papà va a lavarsi le mani. Per tre volte versa l’acqua dalla pesante brocca di rame su ogni mano e, lentamente, si asciuga dito per dito. I fratelli lo seguono. Ciascuno cerca di impossessarsi dell’ultima goccia d’ acqua. E quanto all’ asciugamano, se lo strappano dalle mani.

Le sedie si spostano avanti e indietro. Ognuno occupa il proprio posto con fragore.

“Silenzio”, grida papà. “Cos’ è tutto questo baccano la sera di Shabbat? Dovreste vergognarvi davanti a degli estranei! Basta così!…la Benedizione del vino!”. Indica il bicchiere pieno di vino.

Tutti si alzano in piedi…

Disegno di Marc Chagall

E infine il sabato sera.

“Papà, accenderai la Havdalah?”.

Rientriamo di nuovo. Io tengo la candela di cera, come se fosse una pesante catena arrotolata e intrisa del sudore della settimana. La sua fiamma è spessa, densa. Papà tiene la candela sull’ angolo del tavolo macchiato di vino.

“Buona settimana!.

“Buona settimana!”. Mamma è pensierosa: “Possa essere davvero una buona settimana!”.

Il suo volto si vela del grigiore quotidiano.

Bella Chagall

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Bella Chagall, Come fiamma che brucia. Io, la mia vita e Marc Chagall

 

 

 

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