Come si stava bene tutti a casa

Il piccolo Maurice, 12 anni, figlio di ebrei polacchi residenti a Parigi,  è ricoverato nell’ ospedale dei Bambini malati in rue de Sèvres. Ho scelto di mettere in evidenza questa pagina fra tante altre in cui il ragazzino descrive la solitudine, la sofferenza, l’angoscia per il fatto di non avere più notizie della famiglia di cui, confusamente, intuisce la sorte.
Ma la sua fortuna consiste precisamente nel trovarsi immobilizzato in quel letto di ospedale. Il ricovero gli permetterà di sfuggire alla deportazione che porterà ad Auschwitz tutti i suoi familiari.  Altri non avranno la stessa fortuna.
Ora, adulto, prova quasi un senso di colpa ‘senza via d’uscita’ ma, come dice alla fine del libro, le sue domande non avranno mai una risposta. “Questa è stata la mia vita. È tutto”.

GGG

Da: “Que faire à Paris?”

Sono le otto di sera.
È scesa la notte. Dal soffitto le lampadine spandono una luce cruda, livida e insufficiente
Le infermiere portano i vassoi con la cena.
È triste da morire. Non ho mai amato l’inverno né quando cala la notte. In questi momenti vorrei che mia madre o la mia sorella maggiore venissero a parlarmi, a darmi un bacio.
Ho voglia di piangere. Guardo il piatto che non hanno ancora portato via, dove ho lasciato metà del cibo. Scopro quale sarà il menu per un’eternità: carote. Prima ce le servono grattate, come antipasto. Poi cotte, come piatto forte. E infine zuccherate con la saccarina, come dessert. E ci dicono: “È già tanto che abbiate di che nutrirvi!”.
I miei compagni di camerata cominciano a discutere a voce bassa, da un letto all’ altro.
Samuel è assorto a leggere un libro.
Appena portati via gli ultimi vassoi, arriva la signorina Angéline:
“Forza, ragazzi! Bisogna dormire”.
E immediatamente spegne il primo interruttore, vicino alla porta, poi il secondo, poi il terzo. E ad ogni clic un terzo della camerata piomba nella penombra.
Ci siamo. Ora c’è solo un debole fascio di luce che arriva dal corridoio. Dall’altro lato, attraverso i vetri degli alti finestroni, vedo la notte che immagino fredda e sinistra.
Il materasso è duro, la coperta poco calda e il sonno non vuol venire.

Vorrei vedere i miei. Mio padre. E Madeleine, Eva, Berthe, Simon, e la mia mamma. Un peso enorme mi schiaccia il petto e la pancia. Come si stava bene tutti a casa, intorno al tavolo rotondo! Anche se –me lo ricordo-  talvolta avevamo avuto il presentimento che tutto questo sarebbe finito, che delle minacce stavano sorgendo un po’ ovunque intorno a noi…
Ora tiro su la coperta il più possibile, fino al mento, stando bene attento a non scoprirmi i piedi, perché altrimenti, per rimetterla a posto, sarebbe un affare complicato.
E sogno. Rimugino la mia inquietudine. Qualcosa, ostinatamente, mi dice che non rivedrò nessuno dei miei. Senza sapere niente di preciso, ho questa oscura certezza.
Che ne sarà di me? Quale sarà il mio destino?
Durante il giorno mi sono fatto coraggio, ho parlato con Samuel e Lucien. Ma ora che l’oscurità mi protegge mi lascio andare. Piango.
Dovrei pensare a qualcos’ altro. Provo a raccontarmi una storia. Un’avventura di poliziotti o di esploratori, come al cinema. Ma non ce la faccio.
I ricordi premono, senza dubbio perché ne ho parlato con i miei nuovi compagni. Rivedo la gare d’ Austerlitz, il treno da Parigi a Hendaye. Laggiù, come misura igienica, mi avevano rasato la testa. Avevo mandato una fotografia a casa. La mia mamma mi aveva risposto che trovava che avessi “un buon aspetto”.

All’ inizio mi aveva scritto parecchie volte. Simon e le mie sorelle aggiungevano qualche frase affettuosa alle lettere. Ero molto lontano da loro, ma ero sempre circondato dal loro affetto.
E poi tutto questo era cessato. Era dall’ estate che non ricevevo più lettere. Perché? Questa domanda mi tortura. Ogni sera spero. E ogni volta il giorno dopo è la delusione. Resto solo, nel buio, aspettando il momento in cui il sonno finirà per avere la meglio.

Immagined

 Da: “Thestar.com”: Children at a Paris school in 1942. In July of that year, French police rounded up 12,884 Jews, including 4,051 children, to be sent to Auschwitz.

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Maurice Grosman, Una strana fortuna 

Informazioni su Velia Loresi

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Una risposta a Come si stava bene tutti a casa

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