Noi siamo come uccelli

“Come è andato oggi il seder, Andrei?”

“I ragazzi mi deridono e dicono che Andrei Androvski non è un nome da ebreo”

“Ah! E invece è proprio un vero nome ebraico. Compare in tutta la nostra genealogia. La nostra famiglia abitava già da lungo tempo in Francia quando si trasferì in Polonia durante le crociate”

“Perché, papà, tu e il rabbino Gewirtz parlate tanto di storia? Io voglio sapere le cose che accadono ora. Perché sprecate tanto tempo col passato?”

 “Perché?” Israel Androvski alzò un dito verso il cielo e ripeté un antico detto ebraico. “Sappiate donde venite. Prima di sapere chi siete e dove andate, dovete sapere donde venite”.

E così Andrei imparò che una serie di re polacchi emanarono un certo numero di decreti che garantivano libertà religiosa e protezione agli ebrei subito dopo il loro arrivo in Polonia dalla Boemia.

Ma quella condizione di sicurezza ebbe breve durata; poco dopo il loro giungere in Polonia si aprì per gli israeliti uno squallido periodo -quasi mille anni- di oppressione destinata a non cessare mai più; ne mutò solamente, a seconda dei tempi, il grado di intensità.

Il periodo nero cominciò quando la Chiesa di Roma crebbe in potenza e consolidò le sue posizioni come religione dello stato.

Nel Medioevo le congregazioni cattoliche di Posen e di Cracovia fomentarono moti contro gli ebrei continuando a seminare calunnie e menzogne sui loro “assassini rituali”.

Il clero cattolico fu aiutato in questa opera dai tedeschi immigrati, concorrenti degli israeliti nei commerci. Con l’appoggio della Chiesa, si ottenne che venisse imposta una tassa speciale a ogni ebreo e che a tutti gli ebrei venisse vietato l’esercizio dei mestieri, dei commerci e delle professioni in cui li avevano come rivali. Per parte loro i pan feudali proibirono di possedere e di lavorare la terra.

E così toccò alla Polonia l’ onore di creare uno dei primi ghetti del mondo e di consacrare la separazione forzata degli ebrei dal resto dei cittadini, circondandoli di mura e chiudendoveli dentro a chiave.

Esclusi da qualsiasi partecipazione alla vita nazionale e alle normali attività economiche, essi furono costretti a essere e a vivere come una razza a sé.

Nei loro ghetti, con mezzi di sussistenza limitati, gli ebrei cominciarono la loro lunga tradizione di autogoverno e di autoassistenza. Stretti insieme, senza possibilità di scelta, intensificarono i loro studi dei Libri Sacri per trovare in essi le risposte al dilemma bimillenario.

“Noi siamo come uccelli” diceva il rabbino Gewirtz. “Lontani dalla patria, troppo lontani per raggiungerla a volo, giriamo, giriamo, giriamo in cerchio nel cielo. Ogni tanto ci posiamo su un ramo d’albero per riposarci, ma prima ancora di avervi potuto fabbricare il nostro nido, ci cacciano via e dobbiamo riprendere a volare, ancora in cerchio, senza meta…”

“…ci cacciano via e dobbiamo riprendere a volare…”

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Leon Uris, Mila 18. Il romanzo della rivolta del ghetto di Varsavia”.

Informazioni su Velia Loresi

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