Sei lunghi anni

Il padre di Alberto era morto senza che lui provasse sincero dolore o sentisse la necessità di presenziare alle esequie. Tuttavia, per quanto non volesse ammetterlo esplicitamente, i sei lunghi anni passati senza vedere e riabbracciare la madre e le sorelle gli pesavano.

Ormai in casa loro c’era Gino, che portava Cittanova nel cuore e in un certo senso riconciliava almeno in parte Alberto con il suo passato.

Ogni anno, a mano a mano che si avvicinavano le vacanze, l’allegria del fratello minore e il suo desiderio di tornare alla villa divenivano più intensi e contagiosi.

Infine c’erano i bambini, di cui Alberto andava giustamente orgoglioso e che tutti al paese avrebbero voluto conoscere e abbracciare.

Anche Fanny desiderava da sempre entrare in contatto diretto con la famiglia di origine del marito.

Durante quegli ultimi anni, grazie alla presenza di Gino, ai suoi racconti, al suo entusiasmo, era come se la vita di Alberto ragazzo, il mondo in cui lui era cresciuto, i suoi affetti familiari fossero divenuti più tangibili, più reali, più difficili da eludere.

Lei che avrebbe dato se stessa per potere anche per un giorno solo portare Alberto nella Jalta della sua giovinezza, fargli respirare i profumi della sua infanzia nel giardino della casa paterna, guidarlo lungo i sentieri che portavano all’ orto botanico, stringerlo a sé nel tramonto alle pendici di Ai-Petri o sul lungomare ornato di palme, lei che era così insaziabilmente sentimentale e nostalgica, viveva con sofferenza e senso di esclusione l’estraneità dai luoghi di origine dell’uomo che amava.

Cittanova, in provincia di Reggio Calabria

Cittanova

Fu così che decisero di partire  una mattina dei primi giorni d’ agosto per Reggio Calabria, su un treno lento e rumoroso, stranamente affollato, in un’epoca in cui le vacanze costituivano un privilegio.

Alberto aveva decisamente scartato la terza classe, ciò nonostante il vagone sul quale viaggiavano odorava di sudore e di alimenti, ed era ricolmo di bambini vocianti e colorati e donne anziane vestite di nero, con il capo strettamente avvolto in un panno ruvido e le mani sempre ingombre di cibo e di rosari.

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 Fania Cavaliere, Il Novecento di Fanny Kaufmann

 

Informazioni su Velia Loresi

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