Mele cucinate in tutti i modi

Uscire per le strade straziava Fanny, che era ammalata di malinconia, corrosa e vinta da un dispiacere struggente, esagerato in una ragazza ancora così giovane. Gli amici non si incontravano più: erano fuggiti oppure al fronte, o malati o colpiti dai lutti o, semplicemente, combattevano la loro quotidiana e incerta lotta per la sopravvivenza, dispersi tra la folla ostile e sconosciuta. Non c’ erano più né la voglia di riunirsi, di ridere, di scherzare, né il tempo di farlo.

Fanny nel 1917 aveva assistito all’ arrivo dei primi rifugiati: si trattava di famiglie ricche – alti lignaggi, casati importanti – sfollate al sud con il maggiordomo, l’ istitutrice, la bambinaia, la cameriera personale, il cuoco e l’ immancabile sartina; un pubblico sofisticato, deciso ad attendere la fine della ‘confusione’ in un luogo sicuro e accogliente.

Avevano affittato grandi suite, avevano continuato a spendere, come se il denaro fosse un fiume che non potesse mai asciugarsi, come se la rivoluzione fosse un contrattempo e l’Armata rossa un corpo di ballo. Li aveva lasciati così, quasi due anni prima, eleganti e sofisticati, avvolti nei paletot di astrakan dai colli di visone o volpe bianca, indisponenti, allegri e spendaccioni, presuntuosi e incoscienti.

Ora quegli abiti che erano stati eleganti cadevano a pezzi, impolverati e scoloriti, troppo larghi, dando a chi li portava un aspetto sgraziato e grottesco. Poi c’erano i volti. Le belle dame di un tempo, dall’ incarnato luminoso e dalle labbra tumide, non si incontravano più. Persino sul viso delle più giovani erano evidenti i segni della fame e delle preoccupazioni: le occhiaie affioravano e indurivano le facce smagrite.

 Erano spariti gli uomini galanti, quelli che facevano a gara per procurare una limonata o un sorbetto color pastello alle loro dame attraenti e civettuole. Non c’erano più i vecchi generali impettiti in uniforme elegante e inamidata, con le mille onorificenze sul petto e l’ occhialino dal profilo dorato stretto con sapienza intorno all’ occhio.

Erano scomparse anche le orgogliose istitutrici e le grasse njanje che accompagnavano i bambini dei ricchi, sempre troppo vestiti, o i neonati dalle preziose cuffiette ricamate. Presto o tardi furono tutti rovinati: i signori dismisero gli abiti eleganti e abbassarono lo sguardo, e le signore, rimaste senza servitù e senza gioielli, impararono a scendere al porto, dove sostava una parte dei cosiddetti contingenti stranieri: ragazzotti generosi con il cibo in scatola e maldestri con la biancheria troppo fine.

Anche a casa Kaufmann l’ abbondanza era finita e si mangiavano soprattutto i frutti del giardino, mele in particolare: peccaminose mele rosse, asprigne, succose e saporite; mele cucinate in tutti i modi: arrosto, lesse, crude, al forno e fritte, come contorno, nella minestra, per antipasto e per dessert.

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Fania Cavaliere, Il Novecento di Fanny Kaufmann

Informazioni su Velia Loresi

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