Il corteo imperiale

 I tempi e i ritmi del ginnasio di Jalta erano per molti aspetti legati ai riti e alle regole del mondo della corte. Oltre al curioso collegamento tra i numerosi genetliaci della famiglia reale e le feste scolastiche, sempre notevole era la cerimonia dell’ accoglienza.  Quando gli zar giungevano a Jalta, infatti, l’intera città si fermava e scendeva al porto per rendere loro omaggio.

Come si può immaginare, non si trattava di una festa spontanea; al contrario, presenziare era obbligatorio, soprattutto per i dipendenti pubblici e gli studenti, più facilmente controllabili.

Valentin Serov, L’unzione di Nicola II a zar nella cattedrale della Dormizione a Mosca

Le scuole erano in prima fila e le classi del ginnasio femminile frequentato dalle sorelle Kaufmann attendevano proprio accanto al molo.

Gli studenti prendevano posizione quasi un’ora e mezzo prima dell’arrivo del piroscafo imperiale, in ordine di classe e di altezza, e dovevano aspettare impettiti e silenziosi. Erano i primi di novembre e l’ aria era umida e fredda, il vento soffiava dal mare e gelava i polpacci nudi e immobili.

Talvolta pioveva e in quel caso l’attesa era tormentosa. Girando di tanto in tanto lo sguardo, quando le insegnanti aguzzine sembravano distratte, Fanny non vedeva che bottoni. Soprattutto il primo anno era rimasta colpita dal rilievo che questi oggetti meritavano nel mondo intorno a lei.

Lo scorcio di Russia presente su quel molo aveva l’aspetto di un’enorme parata di bottoni. Ogni corporazione aveva i suoi: chi semplici, chi d’argento, chi d’oro. Ogni essere umano di ogni grado, dai ministeriali agli impiegati di secondo ordine, dai cocchieri ai postali, dagli studenti agli uscieri, aveva una divisa caratterizzata e identificabile soprattutto per la grandezza, il colore e la qualità dei bottoni.

I laureandi,  inoltre, portavano sul petto, a destra, il segno distintivo della facoltà. Tutti erano riconoscibili, ordinati, omologabili e aspettavano pronti al grande inchino.

Quando le navi si affacciavano superbe e imponenti da dietro gli scogli, le campane delle chiese cominciavano a suonare tutte insieme. Dapprima spuntava la staffetta, la nave di appoggio, che portava i bauli del corredo e la servitù.

Zar Nicola II

Quella su cui si trovavano l’ imperatore con la famiglia e la corte seguiva a breve distanza, inalberando le alte insegne imperiali. Entrambe erano maestose, di un bianco lucido e splendente, i bordi e le prue dorate, e incutevano soggezione e rispetto.

Fino a qualche anno prima i sovrani viaggiavano in treno. Una volta la polizia segreta aveva sventato un complotto per far saltare al passaggio dello zar la ferrovia, che da allora era parsa troppo vulnerabile.  Da quel momento la corte si era dotata di una nuova comoda e splendente reggia galleggiante, che solcava i mari poderosa, veloce e sicura. Tuttavia, malgrado lo sfarzo e gli agi che il mezzo permetteva, il viaggio era lungo: le navi salpavano da Kronstadt e seguivano il golfo di Barens fino alla Manica, l’Atlantico, il Mediterraneo e i Dardanelli.

 Quando l’ imperatrice percorreva la passerella che la portava sul molo, la crudele direttrice del ginnasio, entusiasta e tronfia di gloria, viveva il suo grande momento. L’ erinni, la furia perennemente accigliata e per ironia quasi calva, la parca crudele di ogni destino scolastico, che di solito, trasparente e venata d’azzurro,  con lo sguardo vuoto, sembrava morta, si illuminava per quell’ istante, che riassumeva per lei l’ esistenza, la spiegava e la giustificava, e porgeva gongolante, in un inchino tanto sgraziato quanto servile, un enorme mazzo di fiori alla sovrana.

Quindi il corteo imperiale si snodava lento e solenne verso la reggia.    Nicola II, Alessandra e Alessio Romanoff nel film “Nicholas and Alexandra” di F. Schaffner

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Fania Cavaliere, Il Novecento di Fanny Kaufmann

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