Bussano!

Ho iniziato la lettura di “Il Novecento di Fanny Kaufmann” di Fania Cavaliere convinta di trovarmi di fronte ad un altro libro di memorie di famiglia. Mi piacciono le biografie e le storie di famiglia che mi consentono di entrare in altre vite, penso che possano arricchirmi.

Ma già, dopo le primissime pagine, mi sono resa conto che il libro mi permetteva non solo di appassionarmi alle vicende di Raja, Sofia, Zhenja  e dei loro genitori e parenti ma anche di conoscere meglio un periodo della tormentata storia del popolo ebraico partendo da Jalta  dove Abramo Davidovich Kaufmann, che si considera ‘assimilato’ e cittadino dell’Impero, è in realtà “visto, pensato, ascoltato e trattato come un discendente di Giuda”.

Non amato dai russi e malvisto dagli ebrei più tradizionalisti, “Vertice di ogni contraddizione, l’ebreo ‘assimilato’ assomigliava e non assomigliava a se stesso.”

Raja era stata condannata in cinque minuti, le avevano dato dieci anni. Con lei quel giorno c’erano decine di persone. Finiva il 1939. L’edificio era mastodontico,  in marmo grigio, fregiato all’ esterno da simboli e parole apparentemente rassicuranti. Il giudice aspettava le sue vittime in una stanza rettangolare assai ampia, dal soffitto molto alto, sostanzialmente disadorna, salvo che per la sua scrivania e quella, più piccola, della stenografa.   

Gli imputati attendevano nel vasto corridoio, in piedi o seduti su una panca di legno, il proprio turno. Chi usciva indicava a quelli che ancora non erano entrati l’entità del proprio destino. I più fortunati, una minoranza, potevano allegramente aprire la mano a indicare, stendendo le dita una sola volta, che se l’erano davvero cavata bene. Cinque anni…un’ inezia, quasi un’assoluzione.

Dunque, Raja meritò un onorevole dieci. Non una condanna lieve, ma neanche uno di quegli spaventosi venticinque, che erano all’ordine del giorno per i “politici”.

Non c’ era nessuna difesa. Era come ritirare la pensione o la posta allo sportello. Se ti avevano chiamato, la posta c’era. Nessun errore, omissione o dispersione di burocratiche energie. Era come entrare in una rotella di un vasto e ben oliato ingranaggio: compiere il primo passo era già concludere il viaggio; sorprendentemente, questo processo kafkiano incontrava una singolare efficienza: pochi timbri, poca carta, nessun passaggio superfluo.

Ti avevano denunciato? Un motivo c’ era: cinque anni.

 Ti avevano denunciato e c’ erano anche delle lettere spedite in Occidente  o giunte a te da uno sprovveduto parente oltre cortina? Dieci anni (è il caso di Raja).

C’ erano testimoni di un tuo incontro con qualcuno che aveva già meritato quindici anni? Quindici anni.

In fondo, dieci anni a poche centinaia di chilometri da quel tripudio naturalistico costituito dai Monti Urali era una condanna di cui non ci si poteva realisticamente lamentare.

 Monti Urali

Un filosofo di talento, anche se umanamente indecente, ha detto una volta che l’ essere consiste nell’ esistere. L’ essere per l’ uomo sovietico negli anni dello stalinismo coincideva piuttosto con l’ essere gettato in galera, nel senso che era come se tutto il tempo precedente non fosse trascorso se non nell’ attesa di quel solo assoluto evento.

Gettato in galera, riprendevi coscienza di essere. Era accaduto. L’ inevitabile, contro il quale avevi combattuto per anni, cercando di non emergere, non stupire, non infastidire, non disturbare, non annoiare, non parlare e, quando possibile, non respirare, si era realizzato.

Incredibilmente, per la prima volta dopo un’ apnea che era parsa infinita e si era dimostrata inutile, di fronte al prigioniero era la vita. Finalmente la vita? Neanche questo può essere detto. Una vita insostenibile, indegna. In ciò il paradosso. Prima non si era per niente, dopo non si era esseri umani.

Nulla di quell’ esistenza rinvenuta ricordava ciò  a cui eri stato preparato da bambino. L’ infanzia dovrebbe essere propedeutica alla vita, eppure la vita che iniziava dopo il limbo ansioso dell’ attesa era assolutamente eterogenea, inconsulta. Irrompeva dopo notti e notti di sospensione ad ascoltare i rumori per la via: stridere di freni, sbattere di portiere, passi…eccoli! Bussano…Non è per me.

E il cuore trattenuto riprendeva, il sangue ricominciava a scorrere nelle vene dopo essersi rappreso nell’ attesa. Ma il fatto che non fosse quella notte apriva la strada alla notte successiva e sogni agitati, sudore freddo, incubi di corse e di burroni spalancati accompagnavano un sonno malfermo fino all’ alba.

Jalta vista dal mare

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 Fania Cavaliere, Il Novecento di Fanny Kaufmann

 

  

  

 

  

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