Senza fine

 (C’è dunque da stupirsi se da quel giorno il sonno fuggì i miei occhi?).

Ecco dunque dove andavamo. Un po’ più avanti avremmo trovato un’altra fossa, più grande, per adulti.

Io mi pizzicai la faccia: ero ancora vivo? Ero sveglio? Non riuscivo a crederci. Com’era possibile che si bruciassero degli uomini, dei bambini, e che il mondo tacesse? No, tutto ciò non poteva essere vero. Un incubo… Presto mi sarei risvegliato di soprassalto, con il cuore in tumulto, e avrei ritrovato la mia stanza, i miei libri…

La voce di mio padre mi strappò ai miei pensieri:

-Peccato…Peccato che tu non sia andato con tua madre…Ho visto parecchi ragazzi della tua età andarsene con le loro mamme…

La sua voce era terribilmente triste. Capii che non voleva vedere ciò che mi avrebbero fatto. Non voleva vedere bruciare il suo unico figlio.

Birkenau: foto aerea

Un sudore freddo mi copriva la fronte, ma gli dissi che non credevo che si bruciassero degli uomini nella nostra epoca, che l’umanità non l’avrebbe più tollerato…

-L’umanità? L’umanità non si interessa a noi. Oggi tutto è permesso, tutto è possibile, anche i forni crematori…La voce gli si strozzava in gola.

-Papà, -gli dissi- se è così non voglio più aspettare. Mi butterò sui reticolati elettrici: meglio questo che agonizzare per ore nelle fiamme.

Lui non mi rispose. Piangeva. Il suo corpo era scosso da un tremito. Intorno a noi tutti piangevano. Qualcuno si mise a recitare il Kaddìsh, la preghiera dei morti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini recitino la preghiera dei morti per se stessi.

-Yitgaddàl veyitkaddàsh shemé rabbà…Che il Suo Nome sia magnificato e santificato… –mormorava mio padre.

Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me.

Buchenwald, 1945. Wiesel è il settimo da sinistra nella seconda fila dal basso

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Non riporto altro delle memorie di Elie Wiesel in questa mia raccolta: l’orrore è troppo grande, impossibile resistere!  Voglo solo concludere con le parole dello stesso Wiesel: “Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.”

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  “Dalla scarsa documentazione accessibile emerge che il Vaticano fu il primo o fra i primi , a sapere del destino degli ebrei deportati. Secondo Hans Gmelin, consigliere dell’ambasciata tedesca a Bratislava, Burzio, il locale nunzio apostolico, scrisse in una lettera al primo ministro Tuka nel febbraio 1942 che era un errore pensare che gli ebrei sarebbero stati mandati a lavorare in Polonia, mentre invece vi sarebbero stati sterminati.

Ciò trova conferma in un dispaccio di Burzio al Vaticano datato 9 marzo 1942 che merita di essere citato di nuovo, data la sua importanza: “La deportazione di 80.000 persone in Polonia alla mercé dei tedeschi significa condannarne una gran parte a morte certa”.

Da: Il terribile segreto. La congiura del silenzio sulla “soluzione finale” di Walter Laqueur

Sighet, casa di Elie Wiesel

 

Informazioni su Velia Loresi

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